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Gaza e' meglio di Auschwitz
Postato il 25/05/2021 di cdcnet

Palestina

Come una ragazzina rapita e chiusa in una cella da un maniaco pedofilo gli graffierebbe la disgustosa faccia con le sue unghie affilate, così Gaza invia i suoi missili fatti in casa a Tel Aviv. Non possono fare gran danno; sono solo pezzi di ferro arrugginito, pericolosi solo nell’improbabile evento di un impatto diretto, ma hanno risvegliato la bestia dentro al mostro.




Ha meticolosamente allontanato ogni oggetto tagliente dalla sua portata, l’ha costretta per anni alla fame, così da farla diventare inerme e compiacente, si è assicurato che non avesse alcuna possibilità di vedere o di ottenere la libertà; ed ecco d’improvviso quel terribile dolore, quei graffi così profondi! Io ho il diritto di difendermi, grida lui mentre scatena i suoi jet F-16 per bombardarla fino a farla regredire all’età della pietra; e la sua spalla destra, il senile Presidente degli Stati Uniti, ripete a pappagallo: lui ha il diritto all’autodifesa! Fino a che lei lo graffia, lui può e deve colpirla! Non ci sarà alcun cessate il fuoco fino a che lei non sarà riportata con la forza all’obbedienza; e gli Stati Uniti hanno posto il veto sulla risoluzione del Consiglio di Sicurezza, supportata da 15 dei 16 Paesi membri. Per non sbagliarsi, la Casa Bianca ha approvato una vendita di armi ad Israele per una somma totale di 735 milioni di dollari, cosicché potranno rifare l’11 settembre a qualsiasi grattacielo di loro gradimento, e non solo a New York. E hanno usato quelle armi con ottimi risultati.

La risoluzione del Consiglio bloccata dagli Stati Uniti dice ciò che dovrebbe essere fatto subito: Israele dovrebbe cessare i bombardamenti su Gaza, astenersi dall’interferire nei luoghi sacri, smetterla di impossessarsi delle case e delle terre dei Palestinesi. Ma questa è ben lungi dall’essere una soluzione esaustiva: la ragazza stuprata dovrebbe essere liberata dalla sua prigione. Cioè, i Palestinesi dovrebbe essere autorizzati a muoversi liberamente nella loro terra. L’esercito israeliano dovrebbe andarsene dai territori palestinesi. Il blocco di Gaza dovrebbe essere rimosso. Un goy e un ebreo dovrebbe avere pari diritti, come negli Stati Uniti. Qualsiasi legge basata sull’apartheid dovrebbe essere annullata. La dignità umana rispettata. E, infine, alla ragazza dovrebbe essere concesso di vivere in pace. Terre e case rubate restituite ai loro legittimi proprietari. I rifugiati dovrebbe tornare, elezioni libere. Ma siamo molto lontani da tutto questo.

Amici e colleghi ritengono che i Palestinesi di Gaza possono sconfiggere Israele o, almeno, causare un dolore lancinante al maniaco. Ahimè, non per ora. I Palestinesi stanno migliorando la loro capacità di risposta: durante la prima Intifada (1987) contro l’esercito avevano usato le pietre; nella seconda (2001) le armi da fuoco; all’inizio di questa terza Intifada (2021) stanno lanciando missili. Però, ogni volta, vengono sconfitti e, ad ogni sconfitta, la loro vita diventa sempre più difficile. Prima della prima Intifada, i Palestinesi si potevano muovere liberamente; prima della seconda Intifada, avevano la loro autonomia in Cisgiordania; ora non hanno più nulla e staremo a vedere ciò che verrà tolto loro. Questa è la ragione per cui, nonostante la posizione dei Palestinesi sia decisamente terribile, i Palestinesi vicini alla Cisgiordania non hanno molto interesse nell’entrare in un conflitto armato contro il loro formidabile nemico. I giovani disperati, senza futuro, invece entrano in un tale conflitto. E Gaza, questa prigione a cielo aperto gestita dagli stessi prigionierii, è intervenuta. Perchè per gli abitanti di Gaza, la differenza tra una vita che è un inferno in Terra e una morte che potrebbe essere migliore è assai piccola. Stanno pagando caro il loro coraggio.

Gli Ebrei di Israele non hanno sofferto molto, anche se più di quanto si aspettassero. La loro famosa intelligence li ha nuovamente traditi. Lo Shabak, il Servizio d’Intelligence Interno, aveva previsto che Gaza non sarebbe andata oltre a delle semplici proteste per gli espropri di Gerusalemme Est e per l’invasione della moschea di al-Aqsa. Ma si sbagliavano. Lo Shabak era sicuro che Gaza non avesse missili in grado di raggiungere Tel Aviv o, nel peggiore dei casi, un numero limitato. E, di nuovo, si è sbagliato. Lo Shabak non si aspettava che i Palestinesi ben addomesticati di Israele, gli abitanti di second’ordine dello stato ebraico, si sarebbero mai sollevati in rivolta. Però è successo.

Il centro di questa rivolta è stato Lydda (Lod), la città di San Giorgio; il santo è sepolto qui, in una meravigliosa chiesa ortodossa. Secondo la risoluzione ONU del 1947, questa città palestinese avrebbe dovuto far parte dello Stato della Palestina; ma gli Ebrei l’avevano occupata, massacrando i suoi abitanti, espellendo i sopravvissuti e ripopolandola con Ebrei provenienti dal Nord Africa. Nonostante ciò, una minoranza di Palestinesi era sopravvissuta, rifiutandosi di abbandonare le proprie abitazioni. Dopo anni di terribile discriminazione si sono rivoltati contro i loro dominatori ebrei, per la prima volta dal 1948. Lo stesso è successo a Jaffa e Acri, città con un passato simile.

Le bande di militanti ebrei armati, supportate dalla polizia, stanno portando avanti il classico pogrom anti arabo, come presumibilmente avevano fatto i Cosacchi nei confronti degli Ebrei all’inizio del XX secolo.

Hanno rotto finestre, bruciato negozi, incendiato gli appartamenti degli Arabi, assalito gli Arabi per strada. Un tale pogrom non si era mai visto in tutta Israele, perfino nella ebrea Bat Yam, dove una gelateria gestita da anni da un Arabo è stata distrutta. Un bambino arabo è stato bruciato (ma in modo non fatale) da una Molotov lanciata da un militante ebreo.

Più di cento anni fa, pogrom di questa portata si erano visti in Ucraina (per inciso, mai in Russia), ma, a quel tempo, gli scrittori russi si erano lamentati e avevano espresso la loro solidarietà con le vittime ebree. Ora, quasi nessun scrittore ebreo ha espresso il proprio dolore o si è schierato con gli Arabi. Gli Arabi israeliani, cioè i Palestinesi con cittadinanza israeliana, oggi (martedì 18 maggio) hanno indetto uno sciopero nazionale per denunciare i loro diritti calpestati. E la Cisgiordania si sta svegliando.

Le centinaia di vittime palestinesi hanno creato un’enorme ondata di empatia per la loro sofferenza. Ci sono state dimostrazioni massicce a New York, Parigi, Londra e altrove. Nei Paesi arabi, appena è stato possibile i Mussulmani sono scesi in piazza. Ma ad Israele non frega niente delle manifestazioni nel mondo, sono abituati alle condanne. Fa parte dell’esperienza ebraica essere condannati per una giusta causa. Gli Ebrei sostengono che non esiste nessuna ragione e che l’ostilità nei loro confronti è dettata unicamente dall’“antisemitismo,” ma i bambini uccisi a Gaza smentiscono una tale affermazione. Gli Ebrei vengono condannati perchè meritano una condanna.

Solo un fanatico antisemita direbbe che Gaza è peggiore di Auschwitz. No, è migliore, ma di poco. E sta andando avanti da più tempo, anno dopo anno, senza la prospettiva di una fine.

Questa guerra ha almeno risvegliato l’empatia del mondo: la ragione fondamentale del coraggioso attacco di Gaza. Ora però si rende necessario un rapido excursus. Ufficialmente, gli eventi attuali erano iniziati più di una settimana fa, quando la Corte di Israele (forse una delle istituzioni ebraiche più immorali) aveva espropriato alcune famiglie palestinesi dalle loro case a Gerusalemme Est, case date al Ku Klux Klan ebreo. Le proteste erano state represse dalla polizia e dalla gendarmeria; tra i picchiati c’era un MP (membro del Parlamento/Knesset) del Partito Comunista, un Ebreo di nascita, che supportava i Palestinesi.

Poi, durante gli ultimi giorni di Ramadan, la polizia e l’esercito israeliano avevano attaccato la moschea di al-Aqsa, lanciando centinaia di granate stordenti sui fedeli e provocando una tale pioggia di scintille che alcuni alberi del complesso della moschea avevano preso fuoco. Migliaia di militanti ebrei riuniti al Muro del Pianto, ai piedi della moschea di al-Aqsa, alla vista del fumo e delle fiamme provenienti dal cortile, avevano dedotto che la moschea fosse in fiamme ed erano andati in tripudio, con canti e balli, invocando la vendetta del loro Dio sui Goyim. (Video)

Quello è stato il momento in cui il governo di Gaza (Israele preferisce chiamarlo “Hamas,” il nome del partito principale; allo stesso modo noi potremmo chiamare il governo di Israele “il regime del Likud”) aveva emesso il suo ultimatum: o l’assalto alla moschea ha termine, o noi saremo costretti a lanciare i nostri missili sulle vostre teste. Gli Israeliani si erano messi a ridere, Gaza aveva risposto e la mini-guerra era iniziata. Si potrebbe dire che Gaza è stata troppo impulsiva nell’affrontare il mostro: non hanno difesa aerea e l’aeronautica militare israeliana poteva – e lo ha fatto – uccidere centinaia di persone e distruggere le loro case.

Questo però è il susseguirsi di micro-eventi, ampliamo ora il nostro sguardo sul quadro generale. Trump e Kushner avevano costretto gli stati arabi a “normalizzare” le loro relazioni con Israele, creando di fatto una frattura tra i problemi della Palestina e gli stati arabi. I Palestinesi hanno dovuto lottare per rimetterli in agenda, altrimenti sarebbero stati dimenticati. Gli attacchi israeliani alla moschea di al-Aqsa sono stati un’ottima occasione per entrare in guerra e rimettere la causa palestinese sull’agenda dei paesi arabi. Sì, sussurrerebbe la gente “Lo sai che quel maniaco tiene una ragazzina chiusa a chiave in cantina e la usa come schiava sessuale?” e come risposta: “Roba vecchia! Lo sanno tutti, ma è successo molto tempo fa e probabilmente lei si è abituata alla prigione e non ne vuole più uscire!” La ragazza ha dovuto graffiare il bastardo, anche al costo di essere bastonata, solo per ricordarvi il suo terribile destino.

Ma ingrandiamo ulteriormente il quadro. L’unica forza in grado di influenzare radicalmente gli eventi è l’Iran, l’unico stato forte rimasto nella resistenza. L’Iraq era stato distrutto dall’invasione americana del 2003, la Siria dalla Primavera Araba del 2011 ed Hezbollah non è forte abbastanza per far pagare ad Israele i suoi peccati. L’unico è l’Iran, guidato da un’amministrazione neo-liberista filo-occidentale che, al momento, sta negoziando a Vienna con gli Stati Uniti il ritorno al patto nucleare per ottenere la rimozione delle sanzioni. A giugno, in Iran ci saranno le elezioni. Nonostante molte limitazioni, l’Iran è democratico, il voto popolare è importante e i voti vengono contati contrariamente a quanto succede, giusto per fare un esempio, in Arizona. Se i negoziati di Vienna avranno successo, l’Iran lascerà il fronte della resistenza, i liberali vinceranno le elezioni e la Pax Americana ritornerà in Medio Oriente.

Nonostante tutto, la guerra di Gaza ha mostrato i moderati iraniani per quello che sono: deboli agenti esteri che non possono o non vogliono difendere al-Aqsa. Costerebbe loro le elezioni. Se i moderati perderanno, saranno gli integralisti a vincere. Ahmadinejad o un suo simile andrà al potere, l’Iran riprenderà il suo ruolo principale nella resistenza, gli Americani perderanno il Medio Oriente e, nel prossimo scontro, l’Iran entrerà nella mischia.

Ora, spostiamo l’attenzione e prendiamo in considerazione la Palestina. Le ultime elezioni in Palestina hanno avuto luogo nel 2006; Hamas aveva vinto in modo onesto e leale, ma Fatah – il partito in carica -aveva rifiutato di cedere il potere. Solo a Gaza, separata dal resto della Palestina, c’era stato il cambio della guardia. L’anziano presidente Mahmud Abbas aveva promesso che ci sarebbero state nuove elezioni nel maggio 2021, ma le ha nuovamente posticipate. La sua ragione: Israele non consente ai Palestinesi di Israele di partecipare alle elezioni. Se questa ragione venisse a mancare, se Israele consentisse il voto ai Palestinesi di Gerusalemme, ci sarebbe la forte possibilità che vinca Hamas. Ma, in ogni caso, la cosa non è sicura: i Palestinesi potrebbero scegliere fra Fatah che collabora con Israele e Hamas che combatte Israele. La vita sotto il governo del partito collaborazionista Fatah sarebbe migliore e più facile che sotto il governo del belligerante Hamas. Ma questa prospettiva non è abbastanza per abbandonare la speranza di una riconquista della dignità e della libertà. Nonostante i sondaggi non siano affidabili, Fatah e Mahmud Abbas hanno paura di perdere le elezioni. Nel caso di un cessate il fuoco tra Gaza e Tel Aviv, la questione delle elezioni sarebbe un motivo di rottura per qualunque accordo. Gaza insisterebbe nel chiedere elezioni a Gerusalemme Est, se Israele acconsentisse, ci sarebbe una buona probabilità di installare in Cisgiordania il meno-incline-ad-arrendersi Hamas, ma, se Israele scarcerasse Marwan Barghouti (imprigionato da anni per la sua partecipazione alla seconda Intifada), quest’ultimo avrebbe buone probabilità di vincere le elezioni presentandosi come il Mandela della Palestina.

Hamas è entrata in battaglia anche per ragioni elettorali? Sicuro, ed è normale. Hamas si era già schierata in passato per i diritti dei Palestinesi, anche usando la lotta armata. Anche Fatah lo aveva fatto, ma aveva perso. Quindi, se mai le elezioni avranno luogo, i Palestinesi avrenno una vera posibilità di scelta.

Ora spostiamoci sulla scena israeliana. Secondo Netanyahu, questa guerra è un bene. Si è scatenata giusto in tempo per silurare la creazione di un governo alternativo, nel quale sarebbe stato senza poteri e, probabilmente, in procinto di andare in galera. In ogni caso, un governo israeliano alternativo non sarebbe affatto meglio per i Palestinesi. Naftali Bennett, un leader politico certo di avere un ruolo preminente nel governo alternativo, è addirittura più assetato di sangue di Netanyahu, ha infatti chiesto a Bibi di “continuare la lotta finché Gaza non sarà distrutta.

Tra l’altro, la Covid in Israele è scomparsa. Per la prima volta in un anno, la Covid è sparita dalle notizie più importanti di Israele. Alla gente non frega nulla del maledetto virus quando ci sono i veri problemi.

E ora ampliamo ulteriormente il quadro. La Russia ha espresso il suo supporto per la causa palestinese. Putin ha detto che la Palestina, per i Russi, non è una terra lontana e remota; la Russia ha chiesto ad Israele di cessare il fuoco e di osservare gli accordi e le risoluzioni, inclusa quella riguardante la sicurezza dei luoghi sacri (leggasi al-Aqsa). Gli avversari di Putin in Russia sono dei forti sostenitori di Israele, i liberali filo-occidentali o sono Ebrei o in parte Ebrei e tifano per Israele; anche i Russi ultra nazionalisti-razzisti (talvolta descritti come Naziks – giovani nazi) supportano Israele e il suo “diritto” di trattare con gli odiati negri. Ai Naziks non importa se i Palestinesi sono più scuri o più bianchi degli Ebrei israeliani, non importa se i Cristiani palestinesi appoggiano pienamente la lotta palestinese e che la guida spirituale dei Cristiani palestinesi, l’Arcivescovo Theodosius Atallah Hanna (aveva battezzato me e la mia famiglia) ha detto che la lotta per al-Aqsa è la lotta per il Santo Sepolcro, e che Cristiani e Mussulmani stanno combattendo la stessa lotto come membri di una unica famiglia e nazione. I Naziks sono stupidi.

La cosa peggiore per Putin, però, sono i suoi alleati nei media, gli Ebrei-per-Putin (Dugin li chiama la sesta colonna), come il popolare giornalista Soloviev, che stanno tutti dalla parte di Israele. Si può fare affidamento su di loro quando si tratta di dare addosso all’Ucraina o di sottolineare l’ambiguità dell’Europa, ma quando si tratta di Israele, puntano i piedi. La televisione statale russa è una succursale di Tel Aviv, mentre sui social networks russi, la folla filo-israeliana è di gran lunga la più grande e la più aggressiva, e ha pure il supporto della direzione di Facebook. Non c’è da stupirsi che io sia stato immediatamente bannato da Facebook.

Una parola su Erdogan, il presidente turco. Tutto il popolo turco sostiene la Palestina e, durante le loro manifestazioni, hanno chiesto ad Erdogan di inviare i soldati turchi a liberare la Palestina. Qualcuno dovrebbe farlo: i Palestinesi non lo possono fare da soli. Chiunque liberi la Palestina, sarà ricompensato oltre ogni misura, ma, nel frattempo, i Palestinesi devono sopravvivere.

A quanto pare, questa guerra non è ancora l’Armageddon, è solo un’altra sordida campagna degli Ebrei contro dei nativi disobbedienti. Hanno avuto la loro razione di sangue, hanno distrutto i rifornimenti di acqua e di energia elettrica, hanno raso al suolo le loro case e ora possono tranquillamente aspettare che gli abitanti di Gaza muoiano di malattie, di fame e, ogni tanto, di qualche bombardamento aereo. Poi continueranno con i loro assalti. Questo fino a quando non li fermeremo.

Israel Shamir

Fonte: unz.com
Link: https://www.unz.com/
18.05.2021
Tradotto da Robin per comedonchisciotte.org


 
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