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Pepe Escobar: UCRAINA REDUX: GUERRA, RUSSOFOBIA E IL GASDOTTO
Postato il 12/04/2021 di cdcnet

Ucraina

L’Ucraina e la Russia potrebbero essere sull’orlo della guerra, con conseguenze disastrose per tutta l’Eurasia. Andiamo al sodo, e tuffiamoci a capofitto nelle nebbie della guerra.

Il 24 marzo, il presidente ucraino Zelensky, a tutti gli effetti, ha firmato una dichiarazione di guerra contro la Russia tramite il decreto n. 117/2021



Il decreto stabilisce che la riconquista della Crimea dalla Russia è ora la politica ufficiale di Kiev. Questo è esattamente il motivo per cui interi convogli ferroviari di carri armati ucraini sono stati inviati ad est, dopo un abbondante rifornimento all’esercito ucraino da parte degli Stati Uniti di attrezzature militari, tra cui droni, sistemi per la guerra elettronica, armi anticarro e sistemi di difesa aerea portatili (MANPADS).

Cosa ancor più importante, il decreto Zelensky è la prova che qualsiasi conflitto futuro sarà stato provocata da Kiev, sfatando le proverbiali affermazioni sull'”aggressione russa.” La Crimea, dal referendum del marzo 2014, fa parte della Federazione Russa.

È stata questa vera e propria dichiarazione di guerra, presa molto sul serio da Mosca, che ha spinto al dispiegamento di ulteriori forze russe in Crimea e a ridosso del confine russo con il Donbass. Significativamente, queste includono la 76a Brigata d’Assalto Aereo delle Guardie, conosciuta come “I paracadutisti di Pskov” e, secondo un rapporto dell’intelligence che mi è stato citato, in grado di conquistare l’Ucraina in sole sei ore.

Certamente non aiuta il fatto che, all’inizio di aprile, il segretario alla Difesa degli Stati Uniti, Lloyd Austin, fresco della sua precedente posizione come membro del consiglio di amministrazione dell’azienda missilistica Raytheon, abbia telefonato a Zelensky per promettere “un incrollabile sostegno degli Stati Uniti alla sovranità dell’Ucraina.” Questo si ricollega all’interpretazione di Mosca, secondo cui Zelensky non avrebbe mai firmato il suo decreto senza il via libera di Washington.

Il controllo della narrativa

Sebastopoli, quando l’avevo visitata nel dicembre 2018 era già uno dei luoghi più fortificati del pianeta, impermeabile anche ad un attacco della NATO. Nel suo decreto, Zelensky identifica specificamente Sebastopoli come un obiettivo primario.

Ancora una volta, è sempre l’eterno problema che si trascina dal Maidan del 2014.

Per contenere la Russia, l’accoppiata Stato Profondo USA/NATO ha bisogno di controllare il Mar Nero, che, a tutti gli effetti, attualmente è un lago russo. E, per controllare il Mar Nero, hanno bisogno di “neutralizzare” la Crimea.

Se fosse necessaria una ulteriore prova, è stata fornita dallo stesso Zelensky martedì di questa settimana in una telefonata con il segretario generale della NATO, e docile burattino, Jens Stoltenberg.

Zelensky ha pronunciato la frase chiave: “La NATO è l’unico modo per porre fine alla guerra nel Donbass,” il che significa, in pratica, che la NATO deve espandere la sua “presenza” nel Mar Nero. “Una tale presenza permanente dovrebbe essere un potente deterrente per la Russia, che continua la militarizzazione su larga scala della regione e ostacola la navigazione mercantile.”

Tutti questi cruciali sviluppi sono e continueranno ad essere invisibili all’opinione pubblica globale perchè non rientrano nella narrativa ufficiale, quella controllata dall’egemone.

L’accoppiata Stato Profondo/NATO sta martellando 24 ore su 24, 7 giorni su 7, che qualsiasi cosa accadrà sarà dovuta all'”aggressione russa.” Anche se le forze armate ucraine (UAF) dovessero scatenare una guerra lampo contro le Repubbliche Popolari di Lugansk e Donetsk. (Farlo contro Sebastopoli, in Crimea, sarebbe un vero e proprio suicidio collettivo).

Negli Stati Uniti, Ron Paul è stato una delle pochissime voci ad affermare l’ovvio: “Secondo le notizie di stampa del complesso militare-industriale-congressuale-mediatico degli Stati Uniti, i movimenti delle truppe russe non sono una risposta a chiare minacce provenienti da un paese confinante, ma, invece, solo e sempre ‘aggressione russa.'”

Ciò che è implicito è che Washington/Bruxelles non hanno un chiaro piano tattico, tanto meno strategico, solo un controllo totale della narrativa.

E questo è alimentato da una rabbiosa russofobia, magistralmente decostruita dall’indispensabile Andrei Martyanov, uno dei migliori analisti militari del mondo.

Un possibile segno di speranza è il fatto che, il 31 marzo, il Capo di Stato Maggiore delle forze armate russe, il generale Valery Gerasimov, e il Capo dello Stato Maggiore Congiunto dell’esercito americano, il generale Mark Milley, hanno parlato al telefono di proverbiali “questioni di mutuo interesse.”

Alcuni giorni dopo, è arrivata una dichiarazione franco-tedesca che invita “tutte le parti” alla de-escalation. Merkel e Macron, nella loro videoconferenza con Putin, sembrano aver ricevuto il messaggio, che, probabilmente, avrà contenuto qualche velato riferimento all’effetto che potrebbero avere i missili Kalibr, Kizhal e altre armi ipersoniche assortite se il gioco si facesse duro e gli Europei acconsentissero alla guerra lampo di Kiev

Il problema è che Merkel e Macron non controllano la NATO. Eppure, Merkel e Macron, come minimo, sono pienamente consapevoli che, se l’accoppiata USA/NATO attaccasse le forze russe o i titolari di passaporto russo che vivono nel Donbass, i centri di comando responsabili del coordinamento degli attacchi verrebbero colpiti da una risposta devastante.

Cosa vuole l’egemone?

Come parte della sua attuale performance da coniglietto publicitario, Zelensky ha fatto un’altra mossa assai sconcertante. Lunedì scorso, ha visitato il Qatar con una delegazione di alto livello e ha concluso una serie di accordi commerciali, non circoscritti al solo GNL, ma che includono anche voli diretti Kiev-Doha, l’affitto o l’acquisto di un porto sul Mar Nero da parte di Doha e forti “legami militari e di difesa,” che potrebbero essere un eufemismo per il possibile trasferimento di Jihadisti dalla Libia e dalla Siria per combattere gli infedeli russi nel Donbass.

Proprio al momento giusto, lunedì prossimo Zelensly incontrerà il premier turco Erdogan. I servizi di intelligence di Erdogan gestiscono i mercenari jihadisti a Idlib e i finanziamenti non proprio trasparenti del Qatar farebbero parte del quadro. Probabilmente, i Turchi stanno già trasferendo i “ribelli moderati” in Ucraina. L’intelligence russa sta meticolosamente monitorando tutte queste attività.

Una serie di discussioni informate, per esempio, qui e qui, stanno convergendo su quelli che, in tutto questo pasticcio, potrebbero essere i tre obiettivi principali dell’egemone, guerra a parte: provocare una frattura irreparabile tra la Russia e l’UE sotto gli auspici della NATO, bloccare il gasdotto Nord Steam 2 e aumentare i profitti del business delle armi per il complesso militare-industriale.

Quindi, la domanda chiave è se Mosca sarebbe in grado di applicare una mossa alla Sun Tzu senza farsi coinvolgere in una guerra calda nel Donbass.

Sul terreno, le prospettive sono fosche. Denis Pushilin, uno dei principali leader delle Repubbliche Popolari di Lugansk e Donetsk, ha dichiarato che le possibilità di evitare la guerra sono “estremamente scarse.” Il cecchino serbo Dejan Beric, che avevo incontrato a Donetsk nel 2015 e che è un vero esperto certificato sul campo, si aspetta un attacco di Kiev ai primi di maggio.

L’assai controverso Igor Strelkov, che può essere definito un esponente del “socialismo ortodosso,” un acuto critico delle politiche del Cremlino ed uno dei pochissimi signori della guerra sopravvissuti dopo il 2014, ha dichiarato senza mezzi termini che l’unica possibilità di pace è che l’esercito russo controlli il territorio ucraino almeno fino al fiume Dnieper. Ha sottolineato che una guerra in aprile è “molto probabile,” che per la Russia una guerra “ora” è meglio di una guerra dopo e che c’è il 99% di possibilità che Washington non combatta per l’Ucraina.

Almeno su quest’ultimo punto Strelkov ha sicuramente ragione; Washington e la NATO vogliono che la guerra sia combattuta fino all’ultimo Ucraino.

Rostislav Ischenko, il massimo analista russo sull’Ucraina, che avevo avuto il piacere di incontrare a Mosca alla fine del 2018, sostiene in modo persuasivo che “la situazione complessiva diplomatica, militare, politica, finanziaria ed economica [ucraina] praticamente obbliga le autorità di Kiev ad intensificare le operazioni di combattimento nel Donbass.”

Tra l’altro“, aggiunge Ischenko, “agli Americani non importa nulla se l’Ucraina resisterà per qualche tempo o se sarà fatta a pezzi in un istante. Credono che avranno tutto da guadagnare da entrambi i risultati.

Bisogna difendere l’Europa

Supponiamo che nel Donbass succeda il peggio. Kiev lancia la sua guerra lampo. L’intelligence russa documenta tutto. Mosca annuncia immediatamente che sta usando la piena autorità conferitale dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per far rispettare il cessate il fuoco secondo gli Accordi Minsk 2.

In quella che potrebbe essere una questione di 8, o al massimo 48 ore, le forze russe fanno a pezzi l’intero apparato della guerra lampo e rispediscono gli Ucraini su quelle che dovrebbero essere le loro posizioni, a circa 75 km a nord della zona di contatto stabilita.

Nel Mar Nero, per inciso, non c’è una zona di contatto. Questo significa che la Russia può inviare tutti i suoi sottomarini avanzati, più la flotta di superficie, ovunque all’interno del “lago russo.” In ogni caso, sono già schierati.

Ancora una volta, Martyanov detta legge quando prevede, riferendosi ai missili russi sviluppati dal Novator Design Bureau: “Distruggere i centri di comando e controllo degli Ucraini è una questione di poche ore, che siano vicino al confine o nella profondità operativa e strategica degli Ucraini. In sostanza, l’intera ‘marina’ ucraina vale meno della salva di 3M54 o 3M14 che sarà necessaria per affondarla. Penso che un paio di Tarantul saranno sufficienti per darle il colpo di grazia, a Odessa o nelle sue vicinanze, e per dare poi a Kiev, specialmente al suo distretto governativo, un assaggio delle moderne armi stand-off.”

La questione assolutamente fondamentale, da sottolineare ancora una volta, è che la Russia non  “invaderà” l’Ucraina. Non ne ha bisogno e non vuole farlo. Quello che Mosca farà di sicuro sarà sostenere le repubbliche popolari della Novorussia con attrezzature, intelligence, guerra elettronica, controllo dello spazio aereo e forze speciali. Anche una no-fly zone sarebbe superflua; il “messaggio” sarebbe comunque chiaro: se un jet da combattimento della NATO dovesse presentarsi vicino alla linea del fronte verrebbe abbattuto senza tante storie.

E questo ci porta al segreto di Pulcinella sussurrato solo nelle cene informali a Bruxelles e nelle cancellerie di tutta l’Eurasia: i burattini della NATO non hanno le palle per entrare in un conflitto aperto con la Russia.

Certo, ci sono dei cagnolini che latrano, come la Polonia, la Romania, la banda dei Paesi Baltici e l’Ucraina, amplificati dai media corporativi in base al copione dell'”aggressione russa.” In realtà, la NATO ha visto il suo posteriore collettivo preso a calci senza tante cerimonie in Afghanistan. Ha tremato quando ha dovuto combattere i Serbi alla fine degli anni ’90. E, negli anni ’10, non ha osato scontrarsi con le forze di Damasco e dell’Asse della Resistenza.

Quando tutto fallisce, il mito prevale. Entra in scena l’esercito statunitense che occupa parti dell’Europa per “difenderla” da – e chi altri? – quei pestiferi Russi.

Questa è la logica dietro l’annuale esercitazione militare US Army DEFENDER-Europe 21, attualmente in corso e che durerà fino alla fine di giugno, che mobilita 28.000 soldati degli Stati Uniti e di 25 Paesi alleati e “partner” della NATO.

Questo mese, uomini e attrezzature pesanti preposizionate in tre depositi dell’esercito americano in Italia, Germania e Paesi Bassi saranno trasferiti in molteplici “aree di addestramento” in 12 paesi. Oh, le gioie del viaggio, niente lockdown in un’esercitazione all’aria aperta, perché tutti sono stati rigorosamente vaccinati contro il Covid-19.

Pipelineistan uber alles

Il Nord Stream 2 per Mosca non è un grosso problema, al massimo è un inconveniente per il Pipelineistan [1]. In fondo, per tutti gli anni ’10, l’economia russa non ha guadagnato un solo rublo dall’ancora inesistente gasdotto e, comunque, è andata abbastanza bene. Se il NS2 venisse cancellato, sono già pronti i piani per reindirizzare la maggior parte delle spedizioni di gas russo verso l’Eurasia, soprattutto in Cina.

Parallelamente, Berlino sa molto bene che la cancellazione del NS2 sarebbe una gravissima violazione del contratto, del valore di centinaia di miliardi di euro, visto che era stata la Germania a richiedere la costruzione del gasdotto.

L’energiewende (la politica di “transizione energetica“) tedesca è stata un disastro. Gli industriali tedeschi sanno molto bene che il gas naturale è l’unica alternativa all’energia nucleare. Non sono esattamente entusiasti del fatto che Berlino diventerà un vero e proprio ostaggio, condannato a comprare gas di scisto ridicolmente costoso dall’egemone, dato e non concesso che l’egemone sia in grado di consegnarne, visto che la sua industria del fracking è in rovina. La Merkel che spiega all’opinione pubblica tedesca perché devono tornare a usare il carbone o comprare gas di scisto dagli Stati Uniti sarà uno spettacolo tutto da vedere.

Allo stato attuale, le provocazioni della NATO contro il NS2 procedono senza sosta, tramite navi da guerra ed elicotteri. Il NS2 aveva bisogno di un permesso per passare in acque danesi, ed è stato concesso solo un mese fa. Anche se le navi russe non sono così veloci nella posa dei tubi come le precedenti navi della svizzera Allseas, che si è tirata indietro, intimidita dalle sanzioni USA, la posatubi russa Fortuna sta facendo costanti progressi, come ha notato l’analista Petri Krohn: un chilometro al giorno nelle giornate migliori o, comunque, almeno 800 metri al giorno. Con 35 chilometri rimasti, non dovrebbero volerci più di 50 giorni.

Conversazioni con analisti tedeschi rivelano un affascinante gioco di ombre sul fronte energetico tra Berlino e Mosca – per non parlare di Pechino. Confrontalo con Washington: i diplomatici dell’UE si lamentano che lì non c’è assolutamente nessuno con cui negoziare riguardo al NS2. E, anche supponendo che si possa arrivare ad un qualche tipo di accordo, Berlino è incline ad ammettere che il giudizio di Putin è corretto: gli Americani “sono incapaci di tener fede agli accordi.” Basta guardare a quelli precedenti.

Dietro le nebbie della guerra, però, emerge uno scenario chiaro: l’accoppiata Stato Profondo/NATO che usa Kiev come ultima carta per iniziare una guerra per bloccare una volta per tutte il NS2 e, di conseguenza, le relazioni russo-tedesche.

Allo stesso tempo, la situazione si sta evolvendo verso un possibile, nuovo allineamento nel cuore dell'”Occidente“: USA/Regno Unito contrapposti a Germania/Francia. Alcuni “eccezionali” dell’Anglosfera sono certamente più russofobi di altri.

Anche se il NS2 dovesse essere completato, lo scontro mortale tra russofobia e Pipelineistan non sarà certo finito. Ci saranno altre sanzioni. Ci sarà un tentativo di escludere la Russia dallo SWIFT. La guerra per procura in Siria si intensificherà. L’egemone continuerà, senza esclusione di colpi, a creare ogni sorta di molestia geopolitica contro la Russia.

Che bella operazione di disinformazione per distrarre l’opinione pubblica nazionale dalla stampa massiccia di denaro che maschera un incombente collasso economico. Mentre l’impero si sgretola, la narrativa è scolpita nella pietra: è tutta colpa dell'”aggressione russa.”

Pepe Escobar

[1] Il termine Pipelineistan si riferisce al sistema di oleodotti e gasdotti che attraversano l’Eurasia e che costituiscono il vero e proprio sistema circolatorio energetico della regione.

Fonte: asiatimes.com
Link: https://asiatimes.com/2021/04/ukraine-redux-war-russophobia-and-pipelineistan/
07.04.2021
Scelto e tradotto da Markus per comedonchisciotte.org


 
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