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Prepariamoci ad una nuova guerra contro la Libia
Postato il 08/02/2020 di cdcnet

Libia

Tutti concordano sul fatto che l’attuale drammatica situazione in Libia e nel Sahel è la conseguenza dell’intervento illegale della NATO nel 2011. Eppure pochi hanno studiato questo periodo e hanno cercato di capire come si è verificato. Se non ci riflettiamo, siamo destinati verso un altro disastro.



È importante tenere a mente una serie di fatti che continuiamo a dimenticare.

La Jamahiriya Araba Libica, creata da un colpo di stato senza curiosamente spargimento di sangue, non è stata una presa di potere da parte di un dittatore nevrotico, ma un’opera di liberazione nazionale dall’imperialismo britannico. È stata anche l’espressione di un desiderio di modernizzazione che si rifletteva nell’abolizione della schiavitù e nel tentativo di riconciliare le popolazioni arabe e nere dell’Africa.

La società libica era organizzata in tribù.  È quindi impossibile instaurare la democrazia in quel paese. Muammar Gheddafi aveva organizzato la Jamahiriya Araba Libica sul modello delle comunità viventi immaginate dai socialisti utopisti francesi del XIX secolo. Ciò ha comportato la creazione di una vita democratica locale, ma l’abbandono di questo ideale a livello nazionale. Inoltre, la Jamahiriya è morta perché non aveva una politica di alleanze e quindi non era in grado di difendersi.

La coalizione che ha attaccato la Libia è stata guidata dagli Stati Uniti, che hanno nascosto il loro vero obiettivo ai loro alleati durante tutto il conflitto e li hanno messi davanti al fatto compiuto (muovendo i fili da dietro). Dopo aver sostenuto per mesi che non c’era alcun problema di intervento della NATO, è stata questa struttura a dirigere le operazioni. Washington non ha mai cercato di proteggere i civili o di insediare un governo sotto il suo controllo, ma al contrario di installare dei rivali e di impedire la pace con tutti i mezzi (Dottrina Rumsfeld/Cebrowski).

 

Il presidente Fayez al-Sarraj sta ultimando il piano di emergenza turco con il suo Sottosegretario alla Difesa, generale di brigata Salah Al-Namroush.

Non c’è mai stata una rivoluzione popolare contro la Jamahiriya, ma l’intervento di Al Qaeda sul terreno, il risveglio della divisione tra Cirenaica e Tripolitania e l’intervento coordinato della NATO (gli alleati dall’aria, la tribù di Misurata e le forze speciali del Qatar sul terreno).

Da allora, la rivalità tra il governo di Tripoli e quello di Bengasi ha fatto riferimento alla divisione del paese prima del 1951 in due stati separati, Tripolitania e Cirenaica, e poi al risveglio di questa divisione durante l’aggressione della NATO. Contrariamente alla reazione spontanea, oggi, per ripristinare la pace, non si tratta di sostenere un campo contro l’altro, ma di unire i due campi contro i nemici del paese.

Attualmente il governo di Tripoli è sostenuto dalle Nazioni Unite, dalla Turchia e dal Qatar, mentre il governo di Bengasi è sostenuto da Egitto, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Francia e Russia. Fedeli alla propria strategia, gli Stati Uniti sono l’unico paese a sostenere entrambi i campi allo stesso tempo per farli continuare a uccidersi a tempo indeterminato.

 

Risoluzione della Grande Assemblea Nazionale turca che autorizza lo spiegamento di truppe in Libia

Il principio di un intervento militare turco è stato adottato dalla Grande Assemblea Nazionale Turca ad Ankara il 2 gennaio 2020 e può essere interpretato in tre modi cumulativi.

La Turchia sostiene i Fratelli Musulmani al potere a Tripoli. Questo spiega il sostegno del Qatar (favorevole alla Fratellanza Musulmana) a quel governo e l’opposizione di Egitto, Emirati e Arabia Saudita. La Turchia sta sviluppando le sue ambizioni regionali facendo affidamento sui discendenti degli ex soldati ottomani di Misurata. Ha quindi sostenuto il governo di Tripoli dopo che la tribù di Misurata ha preso il controllo della capitale nel 2011.

La Turchia usa gli jihadisti che non può più proteggere a Idlib (Siria). Per questo li sta ora trasferendo in Tripolitania e poi attaccherà Bengasi.

L’intervento turco è legale ai sensi del diritto internazionale ed è basato sulla richiesta del governo di Tripoli legalizzata dall’accordo di Skhirat (Marocco) del 17 dicembre 2015 e dalla risoluzione 2259 del 23 dicembre 2015. Al contrario, tutti gli altri interventi stranieri sono illegali. Questo nonostante il governo di Tripoli sia composto dai Fratelli Musulmani, Al-Qaeda e Daesh. Stiamo quindi assistendo a un rovesciamento dei ruoli, con i progressisti ora nella parte orientale del paese e i fanatici in quella occidentale.

Per il momento, a Tripoli ci sono solo pochi soldati turchi dalla parte di quel governo, ma soldati egiziani, degli Emirati, francesi e russi sono presenti dalla parte di Bengasi. L’annuncio dell’invio ufficiale di qualche altro soldato turco non cambierà di molto questo equilibrio, ma il trasferimento degli jihadisti potrebbe coinvolgere centinaia di migliaia di combattenti e capovolgere così la scacchiera.

Va ricordato che, contrariamente alla narrazione occidentale, sono stati i combattenti libici di Al-Qaeda, non i disertori siriani, a creare l’Esercito Libero Siriano all’inizio della guerra contro la Siria. Il viaggio di ritorno di questi guerriglieri è prevedibile.

Solo le milizie siriane turkmene e la Legione Levante (Faylaq al-Sham) si sono mosse, circa 5.000 combattenti. Se questa migrazione continua attraverso la Tunisia, potrebbe durare diversi anni fino alla liberazione totale del Governatorato di Idlib. Sarebbe un’ottima notizia per la Siria, ma un disastro per la Libia in particolare e per il Sahel in generale.

La situazione in Libia sarebbe analoga a quella in Siria: jihadisti sostenuti dalla Turchia, fronteggiati dalle popolazioni locali sostenute dalla Russia; le due potenze eviterebbero con attenzione il confronto diretto finché la Turchia sarà membro della NATO.

Stabilendosi a Tripoli, la Turchia controlla ora il secondo flusso di migranti verso l’Unione europea. Sarà quindi in grado di rafforzare il ricatto che esercita su Bruxelles con il proprio flusso dalla Turchia.

In assenza di confini fisici, gli eserciti jihadisti non mancheranno di riversarsi nel deserto, dalla Libia all’intero Sahel. Essi renderanno i paesi del G5-Sahel (Mauritania, Mali, Burkina Faso, Niger e Ciad) ancora più dipendenti dalle forze antiterroristiche francesi e dall’AFRICOM. Minacceranno l’Algeria, ma non la Tunisia, che è già nelle mani dei Fratelli Musulmani e gestisce il transito degli jihadisti a Djerba.

La popolazione sunnita del Sahel sarà poi purificata e i cristiani saheliani saranno espulsi, come lo sono stati quelli più ad est.

Arriverà il momento in cui gli eserciti jihadisti attraverseranno il Mediterraneo, fino alle isole italiane (in particolare Lampedusa) e Malta essendo a circa 500 miglia nautiche di distanza. La Sesta Flotta degli Stati Uniti interverrà immediatamente per respingerli ai sensi dei trattati del Nord Atlantico e di Maastricht, ma il caos si estenderà inevitabilmente all’Europa occidentale. Agli europei che hanno rovesciato la Jamahiriya Araba Libica rimarranno solo i propri occhi per piangere.

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Articolo di Thierry Meyssan pubblicato su Oriental Review l’8 gennaio 2020
Traduzione in italiano di Pappagone per SakerItalia

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