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  Pepe Escobar: LA DINASTIA SAUDITA SI INCHINA A PUTIN
Postato il 13/10/2017 di cdcnet
 
 
  Medio Oriente

La Dinastia Saudita si inchina a Putin

L’Arabia Saudita si volge alla Russia, il nuovo sceriffo in città

Che differenza può fare, un anno – un’eternità in termini geopolitici. Nessuno avrebbe potuto prevederlo; la matrice ideologica di tutti i ceppi del terrorismo salafita-jihadista – che la Russia combatte senza esclusione di colpi, dall’ISIS/Daesh all’Emirato del Caucaso – che costruisce una via verso il Cremlino e abbraccia la Russia come alleato strategico.



La Dinastia Saudita è rimasta sconvolta dalla riuscita campagna della Russia per impedire il cambiamento di regime in Siria. Mosca stava rafforzando la sua alleanza con Teheran. I falchi dell’amministrazione Obama stavano imponendo all’Arabia Saudita una strategia per mantenere basso il prezzo del petrolio [in inglese] e danneggiare così l’economia russa.

Ora, dopo aver perso tutte le sue battaglie dalla Siria allo Yemen, dopo aver perso la sua influenza regionale in favore sia dell’Iran che della Turchia, indebitata, vulnerabile e paranoica, la Dinastia Saudita deve anche affrontare il fantasma di un possibile colpo di Stato a Riyad contro il Principe Ereditario Mohammad bin Salman, alias MBS, come ha riferito Asia Times [in inglese]. Con così tanta pressione addosso, chi chiamerai in aiuto?

L’acchiappafantasmi definitivo; il presidente russo Vladimir Putin.

In sostanza, la Dinastia Saudita è ossessionata da tre fattori principali; il basso prezzo del petrolio; l’Iran e lo Sciismo; e cosa ne sarà della politica estera statunitense sotto Trump. Esaminiamoli uno ad uno.

Voglio i miei S-400

Fintanto che un reset delle relazioni Mosca-Washington rimane impossibile, anche con l’implosione del Russiagate, i consiglieri dei Saud devono aver capito che il Cremlino non affosserà il suo rapporto strategico con l’Iran – uno dei nodi chiave dell’integrazione eurasiatica.

Mosca continuerà a rimanere allineata con l’Iran attraverso il “Siraq”; questo fa parte dell’alleanza “4+1” (Russia-Siria-Iran-Iraq, più Hezbollah) nel Levante/Mesopotamia, un fatto incontrovertibile (e vincente) sul terreno. E ciò non preclude relazioni sempre più intime della Russia col mondo arabo – come in Egitto, Giordania, Emirati Arabi Uniti e Libia.

Ciò che preoccupa profondamente Mosca è il finanziamento saudita (formale o informale) degli ambienti salafiti-jihadisti all’interno della Russia. Per questo una linea di comunicazione ad alto livello tra Mosca e Riyad sta lavorando per dissipare eventuali incomprensioni riguardanti, ad esempio, il jihadismo in Tatarstan e in Cecenia.

Mosca non crede al cosiddetto (in Occidente) “comportamento aggressivo dell’Iran” in Medio Oriente. Come negoziatore chiave del Piano d’Azione Congiunto Globale (JCPOA), la Russia sa molto bene che il programma missilistico iraniano è in realtà l’obiettivo fondamentale dell’imminente rottamazione dell’accordo sul nucleare iraniano ad opera di Trump.

Questi missili rappresentano in realtà un deterrente contro ogni possibile attacco statunitense, “condotto da dietro le quinte” o meno. Il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) di Teheran ha reso chiaro che il programma missilistico non rientra nel JCPOA, e rimarrà attivo.

E qui si inserisce il Memorandum d’Intesa (MOU) tra i sauditi e la Rosoboronexport (l’organismo statale russo per l’esportazione di mezzi militari) firmato a Mosca per l’acquisto del sistema missilistico S-400; del sistema Kornet-EM; del TOS-1A; dell’AGS-30; e ultimo, ma non meno importante, del nuovo Kalashnikov AK-103.

La storia di successi dell’S-400 è inequivocabile. Lo ha acquistato l’Iran, lo ha acquistato la Turchia, e adesso lo acquisterà l’Arabia Saudita – anche dopo aver acquistato una fortuna in armi statunitensi durante l’ormai famigerata visita con tanto di “danza delle spade” di Trump a Riyad.

Quindi non c’è da meravigliarsi che, dopo le notizie sull’S-400, il Dipartimento di Stato americano, puntuale come un orologio svizzero, abbia approvato la possibile – questa è la parola operativa – vendita di 44 lanciatori THAAD e 360 ​​missili all’Arabia Saudita, per un totale di 15 miliardi di dollari, un ottimo affare per Lockheed Martin e Raytheon.

La Defense Security Cooperation Agency del Pentagono ha dichiarato: “questa vendita favorisce la sicurezza nazionale e gli interessi della politica estera degli Stati Uniti, e sostiene la sicurezza a lungo termine dell’Arabia Saudita e della regione del Golfo di fronte alle minacce iraniane e di altri paesi della regione”. I più cinici prevedono già una battaglia tra gli S-400 iraniani e i THAAD sauditi, “moderata” dagli S-400 sauditi.

Noi siamo la nuova OPEC

Re Salman potrà già essersi imbarcato sul volo della Saudi Arabian Airlines, ma il vero architetto della svolta in favore della Russia è MBS. Il petrolio in Arabia Saudita rappresenta l’87% dei ricavi di bilancio, il 42% del PIL e il 90% delle esportazioni. MBS sta scommettendo tutte le sue carte sul programma Vision 2030 [in inglese] per “modernizzare” l’economia saudita, e sa molto bene che sarà impossibile farcela se il prezzo del petrolio è basso.

Al forum Russia Energy Week di Mosca, il Ministro dell’Energia dell’Arabia Saudita, Khalid A. Al-Falih, ha dichiarato che l’offerta pubblica iniziale per la Saudi Aramco – un fattore chiave per i fondi del Vision 2030 – avverrà nella seconda metà del 2018, contraddicendo i funzionari sauditi, che avevano dichiarato in precedenza che l’offerta pubblica iniziale era stata rinviata ancora una volta al 2019. E nessuno può sapere se avrà luogo alla Borsa di New York o no.

Nel frattempo, la priorità resta l’accordo OPEC/non-OPEC (con la Russia in prima fila) per “stabilizzare” il prezzo del petrolio, concluso nel novembre del 2016 per ridurre la produzione. Il Presidente Putin ha temporaneamente accettato che l’accordo possa essere esteso oltre il marzo del 2018, cosa che verrà discussa in dettaglio nella prossima riunione dell’OPEC, a Vienna, alla fine di novembre.

L’accordo può certamente essere considerato una misura puramente strategico/economica per stabilizzare il mercato petrolifero – senza sovrapposizioni geopolitiche. Eppure, l’OPEC è destinata a diventare un animale nuovo – con la Russia e l’Arabia Saudita a decidere de facto dove andranno i mercati petroliferi globali, e poi dirlo agli altri membri dell’OPEC. Cos’avranno da dire a riguardo, tra gli altri, Iran, Algeria, Nigeria e Venezuela, è una domanda senza risposta. L’obiettivo a malapena nascosto è quello di portare il prezzo del petrolio nella fascia dei 60-75 dollari al barile entro la metà del prossimo anno. Certamente un buon affare per l’offerta pubblica iniziale Saudi Aramco.

Sono stati conclusi molti altri accordi a Mosca – come tra la Saudi Aramco e il Fondo di Investimento Diretto russo (RDIF), che hanno siglato un investimento da 1 miliardo di dollari per dei progetti di servizi petroliferi in Russia, più un altro miliardo di dollari per un fondo tecnologico.

Questa sinergia implica che l’Arabia Saudita sta investendo nelle principali risorse energetiche russe e la Russia, per esempio, sta fornendo gas all’industria petrolchimica saudita e sta riducendo i costi di trivellazione/produzione. Certamente un ottimo affare per Vision 2030.

Il nuovo sceriffo in città

Dire che la svolta saudita nei confronti della Russia sta scuotendo i nervi di tutta la Beltway [letteralmente: “la tangenziale”, locuzione inglese che indica la città di Washington, circondata, appunto, da una tangenziale] è un eufemismo. La CIA non è affatto affezionata a MBS. Gli enigmi relativi all’11 Settembre sono destinati a riemergere.

Ciò che è chiaro è che la Dinastia Saudita ha capito che non può rimanere a guardare i cammelli mentre la grande carovana dell’integrazione eurasiatica prende velocità. La Russia ha oleodotti che attraversano gran parte dell’Eurasia. La Cina sta costruendo linee ferroviarie che collegano tutta l’Eurasia. E non abbiamo parlato dei progetti specifici sino-sauditi che fanno parte della Nuova Via della Seta (BRI).

I giorni in cui Re Abd al-Aziz e Franklin Delano Roosevelt forgiavano una partnership strategica a bordo dello USS Quincy nel Canale di Suez sono passati; i giorni in cui Washington costringeva l’Arabia Saudita ad aumentare la produzione petrolifera e ridurre i prezzi per indebolire l’URSS sono finiti; i giorni della jihad afgana sono finiti. Gli USA non dipendono più dal petrolio della Dinastia Saudita. E ritorno di fiamma dei jihadisti è il nome del gioco sulla sicurezza.

Potrebbe essere troppo presto definire la svolta saudita verso la Russia la svolta del secolo [in inglese]. È sicuro, però, che potrebbe cambiare le carte in tavola. Mosca sta per diventare il nuovo sceriffo in città, in quasi tutte le città dell’Asia sudoccidentale, e lo sta facendo alle sue condizioni, senza ricorrere alla dialettica della Colt. MBS vuole la cooperazione energetica/militare? La avrà. MBS vuole meno cooperazione russa con l’Iran? Non la avrà. L’OPEC vuole aumentare il prezzo del petrolio? Fatto. E per quanto riguarda gli S-400? Gratis – più o meno – per tutti.

*****

Articolo di Pepe Escobar pubblicato su The Saker.is

Traduzione in italiano a cura di Raffaele Ucci per SakerItalia.

[le note in questo formato sono del traduttore]

http://sakeritalia.it/medio-oriente/la-dinastia-saudita-si-inchina-a-putin/

 
 
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