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Imperialismo: LA LOBBY ISRAELIANA E LA POLITICA ESTERA DEGLI STATI UNITI (PARTE I)
Postato il 04/04/2006 di cdcnet

Palestina DI JOHN MEARSHEIMER E STEPHEN WALT

Nei decenni scorsi, soprattutto dopo la fine della Guerra dei Sei Giorni del 1967, le relazioni fra Stati Uniti e Israele hanno costituito il cardine della politica mediorientale statunitense. L'incondizionato supporto ad Israele e i tentativi di esportare la democrazia in tutta la regione hanno gettato benzina sul fuoco della contestazione araba e islamica, e messo a repentaglio la sicurezza non solo degli Stati Uniti, ma anche di gran parte del resto del mondo. Questa situazione non ha precedenti nella storia politica statunitense. Perche' gli Stati Uniti hanno voluto compromettere la loro stessa sicurezza e quella dei loro alleati, per difendere gli interessi di un'altra nazione? Si potrebbe sostenere che il legame tra i due paesi sia fondato sulla condivisione dei medesimi interessi strategici e di rigorosi imperativi morali, ma nemmeno questa spiegazione può giustificare l'enorme mole di materiale e di supporto diplomatico fornito ad Israele. In realtà le ingerenze degli Usa nella regione derivano quasi interamente dalla politica interna, e soprattutto dall'attività della cosiddetta lobby Ebraica. Altri gruppi di potere sono riusciti ad indirizzare la politica estera, ma nessuna lobby mai riuscita a dirottarla così lontano dagli interessi nazionali, riuscendo nello stesso tempo a convincere l'opinione pubblica che gli interessi degli Stati Uniti coincidevano perfettamente con quelli di Israele.

Dalla Guerra del Kippur di Ottobre 1973, Washington ha fornito ad Israele un supporto tale da fare impallidire quello dato a qualunque altro paese. Dal 1976 in poi, è stato il maggiore beneficiario annuale di sovvenzioni militari ed economiche, e il maggior beneficiario in assoluto dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, avendo ricevuto la gigantesca somma di 140 miliardi di dollari. Israele riceve circa 3 miliardi di dollari all'anno in finanziamenti diretti, all'incirca un quinto dell'intera cifra destinata agli aiuti esteri, il che significa 500 dollari all'anno per ogni israeliano. Tutta questa generosità colpisce in modo particolare, soprattutto perche' oggi Israele è una ricca potenza industriale, con un reddito pro capite molto simile a quello della Corea del Sud o della Spagna.

Gli altri beneficiari ricevono il denaro con cadenza trimestrale, invece Israele riceve l'intera somma all'inizio di ogni anno fiscale, avendo quindi anche la possibilità di percepirne gli interessi. Molti destinatari che ricevono aiuti per scopi militari, sono obbligati a spendere tutta la cifra negli Stati Uniti, mentre ad Israele è concesso di utilizzare circa il 25 per cento dei suoi finanziamenti per sostenere la propria industria bellica. E' l'unico beneficiario che non è tenuto a rendere conto su come spende i soldi degli aiuti, il che rende virtualmente impossibile evitare che il denaro venga impiegato per scopi a cui gli Usa sono contrari, come ad esempio la costruzione di insediamenti nella Cisgiordania. Come se non bastasse, gli Stati Uniti hanno messo a disposizione di Israele quasi 3 miliardi di dollari per lo sviluppo dei suoi armamenti, oltre a permettergli l'acquisto di armamenti di primo livello, come gli elicotteri Blackhawk o i caccia F-16. Per chiudere, gli Usa concedono ad Israele libero accesso alle informazioni dei servizi segreti, negate invece ai loro alleati della NATO, ed hanno chiuso entrambi gli occhi quando Israele si è dotato di armi nucleari.

Washington si occupa anche di fornire un consistente sostegno diplomatico. Dal 1982, gli Stati Uniti hanno posto il veto su 32 risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell'ONU contrarie ad Israele, più del numero totale di veti posti da tutti gli altri membri del Consiglio. Inoltre gli Usa continuano a contrastare gli sforzi compiuti dagli stati arabi affinche' l'arsenale nucleare israeliano venga inserito nel programma di controlli della IAEA (Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica).

Gli Stati Uniti corrono in soccorso di Israele in tempo di guerra, e si schierano al suo fianco in tempo di pace. L'amministrazione Nixon lo ha protetto dalla minaccia di un'invasione sovietica, e lo ha sovvenzionato durante la Guerra del Kippur. Washington è intervenuta pesantemente durante i negoziati che posero fine a quella guerra, così come nel lungo processo "passo a passo" che ne seguì, e allo stesso modo giocò un ruolo fondamentale nei negoziati che precedettero e seguirono gli accordi di Oslo del 1993. In ognuno di questi casi ci furono sporadici attriti fra Stati Uniti e Israele, ma il supporto alle posizioni di Israele fu sempre molto consistente. Un funzionario statunitense che partecipò agli incontri di Camp David del 2000, in seguito affermò: "Troppo spesso la nostra funzione è stata quella di fare l'avvocato di Israele". In definitiva, l'ambizione del governo Bush di trasformare il Medio Oriente è, almeno parzialmente, rivolta al miglioramento della situazione strategica di Israele.

Questa straordinaria generosità sarebbe comprensibile se Israele fosse una risorsa strategica vitale, oppure se esistesse un obbligo morale di protezione da parte degli Stati Uniti, ma nessuna di queste due ragioni suona convincente. Qualcuno potrebbe obiettare che, durante la Guerra Fredda, Israele è stato un prezioso alleato, fungendo da mandatario degli Usa. Dopo il 1967 inoltre, contribuì a contenere l'espansione sovietica nella regione, ed inflisse sconfitte militari umilianti ad alleati dell'URSS come Siria ed Egitto. Occasionalmente offrì anche protezione ad alleati statunitensi (ad esempio Re Hussein di Giordania), e le sue capacità militari costrinsero Mosca a spendere molto di più per supportare adeguatamente i suoi stati clienti. Fornì poi agli Stati Uniti utili informazioni riguardo al potenziale sovietico.

Tuttavia, l'appoggio ad Israele è stato tutt'altro che a buon mercato, e ha complicato le relazioni fra gli Stati Uniti e il mondo arabo. Per esempio, la decisone di dare ad Israele 2,2 miliardi di dollari in aiuti militari di emergenza durante la Guerra d'Ottobre (o Guerra del Kippur), innescò un embargo petrolifero da parte dell'OPEC che ebbe conseguenze catastrofiche sulle economie occidentali. Da parte loro, le forze armate israeliane non erano nelle condizioni di ricambiare il favore, proteggendo gli interessi degli Usa nella regione, e infatti, gli Stati Uniti non poterono contare su Israele quando la Rivoluzione Iraniana del 1979 sollevò preoccupazioni riguardo alla sicurezza delle forniture di petrolio, e dovettero invece istituire una propria Forza di Spiegamento Rapido.

La prima Guerra del Golfo rivelò la vera dimensione dell'importanza strategica che Israele stava assumendo. Gli Stati Uniti non avrebbero potuto usare la basi israeliane senza mandare all'aria la coalizione anti-Iraq, e furono costretti a dirottare notevoli risorse (come la batterie di missili Patriot) per evitare che Tel Aviv prendesse iniziative che potessero mettere in pericolo l'alleanza contro Saddam Hussein. La storia si è ripetuta nel 2003: nonostante Israele fosse un accanito sostenitore dell'attacco all'Iraq, Bush non potè chiedergli aiuto per non scatenare l'opposizione araba, e così ancora una volta Israele rimase in panchina.

All'inizio degli anni 90, e soprattutto dopo l'11 settembre, il sostegno da arte degli Usa è stato giustificato con il fatto che entrambe le nazioni sono minacciate dal terrorismo arabo e musulmano, e da quegli "stati canaglia" che appoggiano gruppi terroristici e preparano armi di distruzione di massa. Questo sta a significare che non solo Washington dovrebbe dare carta bianca ad Israele nel trattare con i palestinesi, senza quindi obbligarli a fare concessioni fino a quando i terroristi non saranno stati tutti catturati e uccisi, ma che anche gli Stati Uniti devono perseguitare paesi come l'Iran e la Siria. Di conseguenza, Israele viene presentato come un alleato fondamentale nella guerra al terrorismo, perche' i suoi nemici sono anche i nemici degli Stati Uniti.

Il "Terrorismo" non è un unico avversario, ma una tattica impiegata da un vasto assortimento di gruppi politici. Le organizzazioni terroristiche che minacciano Israele non sono le stesse che minacciano gli Stati Uniti, tranne quando intervengono contro di loro (come in Libano nel 1982). Oltretutto il terrorismo palestinese non è una violenza casuale diretta contro Israele o contro un generico "Occidente", ma la risposta alla reiterata campagna di colonizzazione della Cisgiordania e della Striscia di Gaza condotta dagli israeliani.

Dire che Israele e Stati Uniti condividono una comune minaccia terroristica significa stabilire una relazione di causa-effetto rovesciata: gli Stati Uniti sono minacciati dal terrorismo a causa della loro stretta alleanza con Israele, e non il contrario. Quest'alleanza non è l'unica causa del terrorismo, ma sicuramente una delle più importanti, e rende ancora più difficile la vittoria nella guerra contro il terrore. Non c'è alcun dubbio sul fatto che molti dei capi di Al-Quaeda, incluso Bin Laden, traggano motivazioni dalla presenza israeliana a Gerusalemme e dalla difficile situazione dei palestinesi. Un incondizionato sostegno ad Israele non fa altro che facilitare il compito degli estremisti nel portare dalla propria parte l'opinione pubblica e nel reclutare volontari.

Così, i cosiddetti stati canaglia in Medio Oriente non sono una vera minaccia per gli interessi vitali degli Stati Uniti, ma lo diventano nel momento in cui lo sono per Israele. Perfino se questi stati acquisissero armi atomiche, cosa ovviamente non auspicabile, ne' gli Usa ne' Israele potrebbero essere davvero ricattabili, poiche' il ricattatore non potrebbe mettere in atto le minacce senza poi dover subire una terribile rappresaglia. Il pericolo che i terroristi vengano in possesso di armi nucleari è comunque remoto, perche' uno stato canaglia non potrebbe avere la certezza che la consegna passerebbe inosservata, o che non verrebbero accusati e immediatamente puniti. Le attuali relazioni con Israele rendono sempre più difficile per gli Stati Uniti trattare con questi paesi. L'arsenale nucleare israeliano è una delle ragioni per cui alcuni degli stati vicini pretendono l'atomica, e minacciare di invaderli non fa altro che alimentare questo desiderio.

Un'ultima ragione per mettere in dubbio il reale valore strategico di Israele è il fatto che non si comporta da alleato leale. I funzionari israeliani spesso ignorano le richieste degli Usa e si rimangiano le promesse (inclusi gli impegni a non costruire più insediamenti e ad astenersi dagli "omicidi mirati" dei leader palestinesi). Israele ha fornito tecnologia militare a potenziali avversari degli Stati Uniti, come la Cina, in quello che un ispettore generale del Dipartimento di Stato ha definito "un sistematico e crescente processo di trasferimenti non autorizzati". Secondo il General Accounting Office (l'Ufficio Contabile del Congresso, l'equivalente della nostra Corte dei Conti. N.d.T.), Israele conduce anche "la più aggressiva campagna di spionaggio nei confronti degli Usa di qualunque altro alleato". Come se non fosse bastato il caso di Jonathan Pollard, che nei primi anni '80 consegnò ad Israele un'enorme quantità di materiale classificato (materiale che venne in seguito passato all'Unione Sovietica in cambio di visti d'uscita per molti ebrei russi), una nuova controversia è scoppiata nel 2004, quando si è venuto a sapere che un alto funzionario del Pentagono, Larry Franklin, aveva passato informazioni riservate ad un diplomatico israeliano. Israele non è certamente l'unico paese che spia gli Stati Uniti, ma la sua tendenza a spiare i suoi principali benefattori getta parecchi dubbi sul suo effettivo valore strategico.

Ma il valore strategico di Israele non è l'unica questione in discussione. I suoi sostenitori affermano che il paese merita appoggio incondizionato perche' è debole e circondato da nemici; perche' è un paese democratico; perche' il popolo ebraico ha subito in un recente passato terribili crimini e dunque merita un trattamento di favore, e perchè la linea di condotta di Israele è moralmente superiore a quella di tutti suoi nemici. Ad un esame più attento, nessuna di queste ragioni è convincente. Difendere l'esistenza di Israele è sicuramente un dovere morale, ma la sua esistenza non è in pericolo. Guardando le cose in modo più obiettivo, il suo comportamento passato e presente non offre alcuna base che giustifichi il dovere morale di privilegiarlo rispetto ai palestinesi.

Israele viene spesso dipinto come Davide che affronta Golia, ma probabilmente l'esempio opposto è molto più vicino alla realtà. Al contrario di quello che la gente pensa, durante la Guerra d'Indipendenza del 1947-49, i Sionisti avevano l'esercito più grande, meglio equipaggiato e meglio guidato; inoltre le forze armate israeliane ottennero vittorie facili e rapide contro l'Egitto nel 1956, e contro Egitto, Giordania e Siria nel 1967. Tutto questo ben prima che gli Stati Uniti iniziassero la loro politica di aiuti su larga scala. Oggi Israele è la più potente forza militare in tutto il Medio Oriente. Le sue forze convenzionali sono di gran lunga superiori a quelle dei suoi vicini, ed è l'unico paese della regione a possedere armi atomiche. Egitto e Giordania hanno firmato trattati di pace, e l'Arabia Saudita si è offerta di farlo; la Siria ha perso la protezione dell'Unione Sovietica; l'Iraq è uscito devastato da tre guerre disastrose e l'Iran è distante centinaia di chilometri. I palestinesi hanno a malapena una forza di polizia effettiva, figuriamoci un esercito in grado di costituire una minaccia per Israele. Secondo un rapporto del Centro per gli Studi Strategici dell'Università di Tel Aviv, "la bilancia strategica pende decisamente dalla parte di Israele, che continua ad ampliare il gap qualitativo fra la propria capacità militare e quella dei paesi confinanti". Se tifare per il più debole fosse un bisogno irresistibile, allora gli Stati Uniti dovrebbero sostenere i nemici di Israele.

La scusa che Israele sia un'indifesa democrazia circondata da dittature ostili, non giustifica l'attuale livello di sostegno che riceve: esistono in tutto il mondo molte democrazie, ma nessuna di esse riceve un tale sontuoso supporto. Oltretutto, in passato gli Stati Uniti hanno rovesciato governi democratici e sostenuto dittature quando ciò andava incontro ai loro interessi, e tuttora hanno ottime relazioni con parecchi dittatori.

Alcuni aspetti della democrazia in Israele sono in contraddizione con i valori degli Stati Uniti. Ad esempio, a differenza degli Usa, dove le persone si suppone debbano avere eguali diritti senza distinzioni di razza o religione, lo Stato di Israele è stato esplicitamente fondato come stato Ebraico, e il diritto di cittadinanza è basato sul principio della consanguineità. Dunque non sorprende affatto che un milione e trecentomila arabi vengano trattati come cittadini di serie b, o che una recente commissione governativa abbia rilevato che Israele si comporta nei loro confronti in modo "noncurante e discriminatorio". Inoltre la loro posizione democratica è indebolita dal rifiuto di garantire ai palestinesi un loro proprio stato e pieni diritti politici.

La terza giustificazione è la storia delle sofferenze inflitte al popolo ebraico dall'occidente cristiano, con particolare riferimento all'Olocausto. Poiche' gli ebrei sono stati perseguitati per secoli e possono sentirsi al sicuro soltanto in uno stato ebraico, molta gente pensa che gli Stati Uniti debbano loro un trattamento di favore. La creazione di uno stato d'Israele ha senza dubbio rappresentato un'efficace risposta al lungo elenco di crimini perpetrati contro gli ebrei, ma ha anche costituito il pretesto per i verificarsi di nuovi crimini contro un terzo soggetto assolutamente innocente: i palestinesi.

Quest'aspetto era stato preso in considerazione dai primi leader di Israele. David Ben Gurion disse una volta a Nahum Goldmann, presidente del Congresso Ebraico Mondiale: "Se io fossi un leader arabo, non vorrei mai trovarmi a fare i conti con Israele. E' naturale, noi abbiamo preso il loro paese… Veniamo da Israele, ma duemila anni fa, e cos'ha questo a che vedere con loro? Ci sono stati l'anti-semitismo, il Nazismo, Hitler, Auschwitz, ma loro di cosa hanno colpa? I palestinesi sanno solo che noi siamo arrivati qui e ci siamo appropriati del loro paese. Perche' dovrebbero accettarlo?"

Da allora, i capi di governo israeliani hanno più volte cercato di negare le ambizioni nazionalistiche dei palestinesi. Golda Meir, al tempo in cui era Primo Ministro, pronunciò la famosa frase "Il popolo palestinese non esiste". Le pressioni violente da parte degli estremisti e la crescita della popolazione palestinese hanno costretto Israele ad abbandonare la Striscia di Gaza e a prendere in considerazione alcuni compromessi territoriali, ma nemmeno Yitzhak Rabin è stato in grado di offrire ai palestinesi un vero e proprio stato. Le "generose" offerte di Ehud Barak a Camp David hanno concesso loro solo un pugno di Bantustans (una sorta di ghetto. N.d.T.), di fatto sotto il controllo di Israele. In definitiva, la tragica storia del popolo ebraico non legittima gli Stati Uniti ad aiutare Israele sempre e comunque.



I suoi fiancheggiatori sostengono inoltre che Israele abbia sempre cercato la pace e dimostrato grande moderazione anche quando è stato provocato. Per contro, gli arabi hanno sempre agito con grande malvagità. La verità è che il passato di Israele non è diverso da quello dei suoi nemici. Ben Gurion ammetteva che i primi Sionisti furono tutt'altro che benevoli nei confronti degli arabi palestinesi che resistettero all'invasione, cosa non certo sorprendente, dato che i sionisti cercavano di crearsi un loro stato in terra araba. Allo stesso modo, la creazione di Israele nel 1947-48 necessitò di atti di pulizia etnica, incluse esecuzioni, massacri e stupri, e da allora la condotta di Israele è sempre stata brutale, contraddicendo così qualunque affermazione sulla sua presunta superiorità morale. Ad esempio, fra il 1949 e il 1956 le forze di sicurezza israeliane uccisero fra i 2700 e i 5000 infiltrati arabi, e la maggior parte di essi erano disarmati. L'IDF (l'esercito israeliano) ha assassinato centinaia di prigionieri di guerra egiziani, catturati durante le guerre del 1956 e del 1967, mentre nel 1967 espulse fra i 100.000 e i 260.000 palestinesi dai Territori Occidentali appena conquistati, e deportò 80.000 siriani dalle Alture del Golan.

Durante la prima Intifada, l'IDF distribuì manganelli alle proprie truppe, incoraggiandole ad usarli contro i manifestanti palestinesi. La sezione svedese di Save The Children ha calcolato che "nei primi due anni di Intifada, dai 23.600 ai 29.900 bambini ebbero bisogno di cure mediche a causa delle ferite inferte loro dai manganelli". Circa un terzo di loro aveva dieci anni, o meno. La reazione alla seconda Intifada fu persino più violenta, spingendo l'Ha'aretz (importante quotidiano liberal israeliano. N.d.T.) a dichiarare: "L'IDF…si sta trasformando in una macchina di morte la cui scioccante efficienza incute terrore". L'IDF, nei primi giorni dell'insurrezione, esplose un milione di proiettili. Da allora, per ogni israeliano ucciso sono morti 3,4 palestinesi, la maggior parte dei quali innocenti vittime collaterali, e il rapporto fra bambini palestinesi e israeliani uccisi è perfino superiore (5,7:1). Vale anche la pena ricordare che i sionisti contarono sulle bombe dei terroristi per far arrivare gli inglesi dalla Palestina, e che Yitzhak Shamir, prima terrorista e poi divenuto Primo Ministro, dichiarò: "Ne' la morale e ne' la tradizione degli ebrei possono impedire che il terrorismo venga usato come mezzo per combattere".

L'uso del terrorismo da parte dei palestinesi può essere sbagliato, ma non deve sorprendere, visto che ritengono di non avere nessun altro modo per ottenere concessioni da parte di Israele. Anche Ehud Barak una volta ha ammesso che se fosse stato palestinese "sarebbe entrato a far parte di un'organizzazione terroristica".

In definitiva, se non vi sono ne' motivazioni strategiche ne' morali, allora come si spiega questo sostegno incondizionato ad Israele da parte degli Stati Uniti?

La spiegazione sta nel potere incontrastato della Lobby Ebraica. Per indicare questa larga coalizione di individui e organizzazioni che lavora alacremente per indirizzare la politica estera statunitense in una direzione filo-israeliana, basta semplicemente un nome: la "Lobby". Questo non sottintende il fatto che "la Lobby" sia un movimento unificato, con una leaderhip centrale, o che alcuni individui che ne fanno parte non siano a volte in disaccordo su alcune questioni. Non tutti gli ebrei americani fanno parte della Lobby, perche' per molti di loro la questione israeliana non riveste grande importanza. In un sondaggio del 2004, per esempio, circa il 36 per cento di ebrei americani ha dichiarato di essere "poco" o "per niente" coinvolto emotivamente dal problema.

Inoltre, gli ebrei americani dissentono su alcune specifiche linee politiche di Israele. Molte delle organizzazioni chiave che fanno parte della Lobby, come l'AIPAC (American Israel Public Affairs Committee - Comitato americano-israeliano per gli affari pubblici) o la Conference of Presidents of Major Jewish American Organisations (Conferenza dei presidenti delle principali organizzazioni ebraiche americane), sono guidate da integralisti che sostengono la politica espansionista del partito Likud (il partito conservatore israeliano – N.d.T.) e la sua ostilità al processo di pace di Oslo. Il grosso degli ebrei americani è invece maggiormente incline a fare delle concessioni ai palestinesi, e alcuni gruppi come il Jewish Voice for Peace, invocano a gran voce una politica di questo tipo. Nonostante queste differenze, moderati e integralisti si trovano d'accordo sul dare un deciso supporto ad Israele.

Non deve affatto sorprendere che i leader ebrei americani consultino spesso i governanti israeliani, per essere certi che le loro azioni siano in linea con gli interessi del paese. Un attivista di una grande organizzazione ebraica ha scritto: "Per noi è ordinaria amministrazione dire: questa è la nostra posizione su un determinato argomento, ora dobbiamo sapere cosa ne pensa Israele. Siamo una comunità, e ci comportiamo come tale". Esistono forti remore nel criticare la politica di Israele, e fare pressione su Israele è considerato un atto di insubordinazione. Edgar Bronfman Sr, presidente del Congresso Ebraico Mondiale, è stato accusato di "perfidia" quando a metà del 2003 scrisse una lettera al presidente Bush, in cui lo esortava a persuadere Israele affinche' bloccasse la costruzione del controverso "Recinto di Sicurezza". Chi lo criticò, disse: "Sarebbe osceno se il presidente del Congresso Ebraico Mondiale costringesse il presidente degli Stati Uniti a contrastare la condotta politica dello stato di Israele".

Allo stesso modo, quando il presidente del Forum sulle Politiche di Israele, Seymour Reich, nel novembre 2005 consigliò a Condoleezza Rice di chiedere ad Israele la riapertura di un passaggio al confine con la Striscia di Gaza, la sua azione venne definita "irresponsabile". Si disse: "Nella principale corrente ebraica non c'è assolutamente spazio per iniziative che sollecitino azioni in contrasto con la sicurezza di Israele". Intimorito dagli attacchi, Reich fece un passo indietro, dichiarando: "Quando si tratta di Israele, la parola "pressione" non fa parte del mio vocabolario".

Per influenzare la politica estera degli Usa, gli ebrei americani hanno messo in piedi un'impressionante spiegamento di organizzazioni, la più potente e conosciuta delle quali è l'AIPAC. Nel 1997, la rivista Fortune chiese ai membri del congresso e ai rispettivi staff di stilare una lista delle più influenti lobby di Washington. L'AIPAC si classificò al secondo posto, dietro all'AARP (Associazione Americana dei Pensionati), ma davanti ai sindacati dell'AFL-CIO (Federazione Americana del lavoro ed Associazione delle Organizzazioni Industriali) e alla NRA (National Rifle Association, l'Associazione dei Produttori di Armi). Uno studio del National Journal del marzo 2005 è arrivato alle stesse conclusioni, posizionando l'AIPAC in seconda posizione a pari merito con l'AARP.

La Lobby include anche personalità di spicco della chiesa Cristiana Evangelica, come Gary Bauer, Jerry Falwell, Ralph Reed e Pat Robertson, così come Dick Armey e Tom DeLay, ex membri della Camera dei Rappresentanti al Congresso, tutti convinti che la rinascita dello stato di Israele rappresenti la realizzazione delle profezie bibliche, e dunque entusiasti sostenitori delle sue politiche espansioniste; non esserlo, pensano, sarebbe contrario al volere di Dio. Fanno parte della Lobby anche neo-conservatori moderati come John Bolton; Robert Bartley, l'ex direttore del Wall Street Journal; William Bennett, ex Segretario all'Istruzione; Jeane Kirkpatrick, ex ambasciatrice delle Nazioni Unite, e il potente columnist Gorge Will.

La particolare forma di governo degli Stati Uniti offre ai lobbisti molte possibilità di influenzare il processo politico. I gruppi di influenza possono controllare i rappresentanti e i membri del potere esecutivo, finanziare i partiti, votare alle elezioni, o cercare di plasmare l'opinione pubblica. Essi dispongono di un potere spropositato quando si interessano di questioni che la maggioranza della popolazione ignora. In questo caso, i politici tendono ad accontentarli, sapendo che la gente, essendo all'oscuro della questione, non potrà mai penalizzarli per averlo fatto.

Nelle sue operazioni di base, la Lobby non si comporta in modo diverso dalle lobby degli agricoltori, dai sindacati degli operai tessili o dalle lobby etniche. Quando gli ebrei americani e i loro alleati cristiani tentano di influenzare la politica, non fanno niente di scorretto: l'attività della Lobby non è una cospirazione del genere descritto in documenti come i Protocolli dei Savi di Sion. In sostanza, gli individui e i gruppi che ne fanno parte, si comportano come si comportano tutti gli altri grandi gruppi di influenza, solo che lo fanno molto meglio. Per contro, i gruppi di interesse filo-arabo, ammesso che ne esistano, sono molto deboli, il che rende il lavoro della Lobby ancora più semplice.

La Lobby porta avanti due strategie di base. Primo, esercitare la sua notevole influenza a Washington, facendo pressione sia sul Congresso che sul ramo esecutivo. Qualunque possa essere la visione individuale di legislatori e politici, la Lobby cerca sempre di far passare il sostegno ad Israele come la scelta più "intelligente" da fare. Secondo, battersi per far sì che nei discorsi pubblici, Israele venga sempre ritratto sotto una luce positiva, ripetendo le leggende sulla sua fondazione e favorendo il suo punto di vista nei dibattiti politici. L'obiettivo è quello di evitare che nell'arena politica vengano alla luce commenti critici. Controllare il dibattito è essenziale per garantire il sostegno degli Stati Uniti, perche' un confronto aperto e libero sulle relazioni Usa-Israele potrebbe facilmente portare ad una politica differente.

Il pilastro su cui si regge l'efficacia della Lobby è la sua influenza sul Congresso, luogo in cui Israele è virtualmente immune da ogni critica. Questo fatto è già di per se' rimarchevole, visto che il raramente il Congresso glissa su questioni importanti, mentre invece, quando si parla di Israele, tutti i potenziali avversari ammutoliscono. Una delle ragioni è che alcuni membri chiave sono cristiani sionisti, come Dick Armey, che nel settembre del 2002 affermò: "In politica estera, la mia prima preoccupazione è la protezione di Israele". Si potrebbe anche obiettare che la prima preoccupazione di un rappresentante del Congresso dovrebbe essere quella di proteggere gli Stati Uniti. Ci sono poi senatori e membri del Congresso ebrei che lavorano per assicurare che la politica estera Usa sia in linea con gli interessi di Israele.

Un'altra fonte da cui nasce il potere della Lobby è il suo utilizzo di membri filo-israeliani negli staff dei politici. Come ha ammesso una volta Morris Amitay, ex capo dell'AIPAC,: "Ci sono molti ragazzi ebrei che lavorano al Campidoglio, desiderosi di interessarsi a questioni che riguardano la loro ebraicità […] Tutti questi ragazzi sono nella posizione di poter influenzare le decisioni dei loro senatori riguardo a questi problemi […] Si possono fare davvero un sacco di cose a livello di staff".

Tuttavia il cuore dell'influenza della Lobby sul congresso è costituito dalla stessa AIPAC. Il successo è dovuto alla sua abilità di ricompensare i legislatori e i candidati che sostengono il suo programma, e di punire coloro che lo contrastano. Nelle elezioni americane, i soldi sono fondamentali (come dimostra lo scandalo dei loschi traffici del lobbista Jack Abramoff), e l'AIPAC fa sempre in modo che i suoi amici ricevano forti finanziamenti dai tanti comitati politici filo-israeliani. Chiunque venga considerato ostile ad Israele può essere certo che l'AIPAC dirigerà i suoi finanziamenti verso il suo oppositore politico. L'AIPAC organizza anche grandi campagne di invio di lettere, e incoraggia i direttori dei giornali ad appoggiare candidati filo-israeliani.

Sull'efficacia di queste tecniche non vi sono dubbi. Ecco un esempio: nelle elezioni del 1984, l'AIPAC favorì la sconfitta del senatore dell'Illinois Charles Percy, il quale, secondo un membro di rilievo della Lobby, "aveva dimostrato insensibilità, e perfino ostilità verso la nostra causa". Thomas Dine, all'epoca direttore dell'AIPAC, spiegò così l'accaduto: "Tutti gli ebrei americani, da costa a costa, si unirono per estromettere Percy, e i politici, sia quelli che ricoprivano cariche pubbliche che quelli che vi aspiravano, colsero il messaggio".

L'influenza dell'AIPAC sul Campidoglio sta diventando sempre maggiore. Secondo Douglas Bloomfield, un ex membro dello staff dell'AIPAC, "Per i membri del Congresso e i loro staff, è normale, quando hanno bisogno di informazioni, rivolgersi all'AIPAC prima ancora di consultare la Biblioteca del Congresso, il Servizio Ricerche o gli esperti". Cosa ancora più importante, Bloomfield fa notare che l'AIPAC "viene spesso chiamata in causa per scrivere discorsi, intervenire sulla legislazione, consigliare sui metodi, fare ricerche, trovare finanziatori e raccogliere i voti dei funzionari".

Il risultato di tutto questo è che l'AIPAC, è di fatto un agente al servizio di un governo straniero; tiene per la gola il Congresso, e di conseguenza la politica Usa nei confronti di Israele non viene mai discussa in quella sede, nemmeno quando quella politica ha pesanti ripercussioni nel resto del mondo. In altre parole, uno dei tre più importanti rami del governo è strettamente vincolato al sostegno ad Israele. Ernest Hollings, ex senatore democratico, fa notare che "non si possono avere idee su Israele diverse da quelle che vengono imposte dall'AIPAC". Una volta Ariel Sharon, in un discorso pubblico agli americani, disse: "Quando la gente mi chiede in che modo può aiutare Israele, io rispondo loro: aiutate l'AIPAC".

Anche grazie al peso esercitato dai votanti ebrei nelle elezioni presidenziali, la Lobby influisce notevolmente anche sul ramo esecutivo. Nonostante essi costituiscano meno del 3% della popolazione, organizzano enormi campagne per finanziare i candidati di ambedue gli schieramenti. Il Washington Post ha calcolato che i candidati democratici alla presidenza ricevono dai sostenitori ebrei fino al 60% dell'intera somma per la campagna elettorale, e poiche' gli elettori ebrei hanno un'alta percentuale di affluenza alle urne e sono concentrati in stati chiave come California, Florida, Illinois, New York e Pennsylvania, i candidati fanno di tutto per non inimicarseli. Le grandi organizzazioni che fanno parte della Lobby, lavorano affinche' gli oppositori di Israele non possano occupare posti importanti in politica estera. Jimmy Carter avrebbe voluto nominare George Ball segretario di Stato, ma sapeva che Ball era sempre stato critico nei confronti di Israele, e che di conseguenza la Lobby si sarebbe opposta alla nomina. Stando così le cose, qualunque aspirante politico non può far altro che mostrarsi come un sostenitore della causa israeliana, facendo così diventare una specie in via di estinzione coloro che criticano apertamente.

Quando Howard Dean esortò gli Stati Uniti a prendere "una posizione più imparziale" in merito al conflitto arabo-israeliano, il senatore Joseph Lieberman lo accusò di aver tradito la fiducia di Israele, e definì le sue parole "irresponsabili". Praticamente tutti i capi democratici firmarono un documento che stigmatizzava le affermazioni di Dean, e il Chicago Jewish Star scrisse: "aggressori anonimi stanno intasando le caselle email dei leader ebrei in tutto il paese, avvertendo che Dean potrebbe in qualche modo rappresentare un pericolo per Israele".

Questa preoccupazione era assurda. Dean è infatti abbastanza protettivo nei confronti di Israele: il suo vice in campagna elettorale era un ex presidente dell'AIPAC, e lo stesso Dean afferma che le sue idee sul Medio Oriente riflettono molto di più quelle dell'AIPAC che quelle del ben più moderato Americans for Peace Now. Egli aveva solo detto che Washington, per "riconciliare le due parti", dovrebbe agire come un onesto intermediario. Questa non è certamente un'idea estremista, ma la Lobby non tollera nemmeno un'ombra di imparzialità.

Durante l'amministrazione Clinton, la politica in Medio Oriente era molto influenzata da funzionari strettamente legati ad Israele, o facenti parte di importanti organizzazioni filo-israeliane; eccone alcuni: Martin Indyk, ex vicedirettore responsabile delle ricerche dell'AIPAC e co-fondatore del filo-israeliano Istituto di Washington per la Politica nel Vicino Oriente (Washington Institute for Near East Policy - WINEP); Dennis Ross, entrato a far parte del WINEP dopo aver lasciato il governo nel 2001, e Aaron Miller, vissuto in Israele e spesso in visita in quel paese. Questi uomini erano fra i più stretti collaboratori di Clinton durante il vertice di Camp David, nel luglio del 2001. Nonostante tutti e tre sostenessero il processo di pace di Oslo, e fossero favorevoli alla creazione di uno stato palestinese, agirono solo entro i limiti stabiliti dai desiderata di Israele. La delegazione statunitense si accodò ad Ehud Barak, coordinando in anticipo la sua posizione nel negoziato con Israele, e non offrendo alcuna proposta indipendente. Com'era prevedibile, i negoziatori palestinesi si lamentarono del fatto di "dover trattare con due governi israeliani, uno sotto la bandiera di Israele, e l'altro sotto la bandiera degli Stati Uniti".

Questa situazione si è ulteriormente accentuata con l'amministrazione Bush, in cui militano molti ferventi sostenitori della causa israeliana, come Elliot Abrams, John Bolton, Douglas Feith, I. Lewis ‘Scooter' Libby, Richard Perle, Paul Wolfowitz e David Wurmser. Come vedremo, questi funzionari hanno pesantemente indirizzato la politica in favore di Israele, spalleggiati dalle organizzazioni della Lobby.

Ovviamente la Lobby non desidera un dibattito pubblico, perche' esso potrebbe portare le persone a chiedersi quale siano i reali legami con Israele; di conseguenza le organizzazioni filo-israeliane fanno di tutto per controllare le istituzioni in grado di plasmare l'opinione pubblica.

Sui grandi mezzi di comunicazione predomina il punto di vista della Lobby: il giornalista Eric Alterman scrive che i dibattiti fra esperti di Medio Oriente "sono dominati da persone che non possono nemmeno pensare di criticare Israele". Alterman ha stilato una lista di 61 "editorialisti e commentatori che appoggiano Israele senza alcuna riserva". Dall'altra parte, ha contato cinque opinionisti critici nei confronti di Israele, e che appoggiano le posizioni arabe. Solo raramente sui giornali appaiono editoriali in contrasto con la politica israeliana, e naturalmente la bilancia pende nettamente dall'altra parte. E' molto difficile pensare che un grande giornale negli Stati Uniti possa pubblicare un articolo come questo.

"Shamir, Sharon, Bibi (Benyamin Netanyahu. N.d.T.) – qualunque cosa vogliano questi ragazzi, per me va più che bene"., ha confessato Robert Bartley, e infatti il giornale da lui diretto, il Wall Street Journal, pubblica regolarmente articoli che esaltano le virtù di Israele, esattamente come fanno altre importanti testate quali il Chicago Sun-Times o il Washington Times. Anche riviste come Commentary, New Republic o Weekly Standard sostengono Israele incondizionatamente.

Editoriali schierati si trovano anche su giornali come il New York Times, che comunque occasionalmente si azzarda perfino a criticare Israele e ad ammettere che le lamentele dei palestinesi hanno qualche fondamento, senza però che ciò lo renda un giornale equidistante. Nelle sue memorie, l'ex direttore editoriale del NYT Max Frankel, riconosce l'impatto che hanno avuto sulla sua linea editoriale le sue personali convinzioni: "Sono stato molto più profondamente legato ad Israele di quanto non abbia il coraggio di ammettere…Corroborato dalla mia conoscenza della situazione israeliana e dalle mie amicizie in quel paese, ho scritto io stesso la maggior parte dei nostri editoriali sul Medio Oriente, e come molti lettori, sia arabi che ebrei, hanno notato, li ho scritti da una prospettiva decisamente filo-israeliana".

Le inchieste giornalistiche sono invece, per forza di cose, molto più obiettive, non solo perche' i reporter si sforzano di esserlo, ma anche perche' è difficile descrivere gli eventi nei Territori Occupati senza riconoscere le responsabilità delle azioni israeliane. Per scoraggiare inchieste scomode, la Lobby organizza massicce campagne di invio di lettere, manifestazioni e boicottaggi nei confronti di canali informativi il cui contenuto è considerato anti-israeliano. Un dirigente della CNN ha raccontato che più di una volta gli è capitato di ricevere oltre 6000 mail in un solo giorno, da parte di persone scontente per un servizio andato in onda. Nel maggio 2003, la filo-israeliana Committee for Accurate Middle East Reporting in America (Commissione per un'Accurata Informazione sul Medio Oriente – CAMERA) organizzò in 33 città, manifestazioni davanti alle stazioni della National Public Radio (NPR): cercava di persuadere la gente a non versare più i contributi alla NPR fino a quando i suoi servizi dal Medio Oriente non fossero diventati più indulgenti nei confronti di Israele. A quel che si dice, la stazione NPR di Boston, la WBUR, perse più di un milione di dollari di sovvenzioni a causa di quelle manifestazioni. Ulteriori pressioni sulla NPR arrivano dagli amici di Israele al Congresso, i quali hanno richiesto una maggiore accuratezza e una verifica interna riguardo ai servizi dal Medio Oriente.

Il punto di vista israeliano oggi domina anche nei "think tank" (lett. "serbatoio di idee", l'espressione indica gruppi di ricerca o luoghi di pensiero che riuniscono intellettuali e professionisti di vari settori al fine di indirizzare o dettare linee politiche, economiche o scientifiche. N.d.T.), che giocano un ruolo fondamentale nel plasmare l'opinione pubblica. La Lobby ha creato un suo personale think tank nel 1985, quando Martin Indyk contribuì a fondare il WINEP. Nonostante il WINEP tenda a minimizzare i propri legami con Israele, dichiarando di fornire una visione "equilibrata e realistica" sulla questione mediorientale, è stato fondato e guidato da persone fortemente impegnate a promuovere i programmi di Israele.

L'influenza della Lobby si estende tuttavia ben oltre il WINEP. Negli ultimi 25 anni, forze filo-israeliane hanno preso possesso di organizzazioni come l'American Enterprise Institute, il Brookings Institution, il Center for Security Policy, il Foreign Policy Research Institute, l'Heritage Foundation, l'Hudson Institute, l'Institute for Foreign Policy Analysis e il Jewish Institute for National Security Affairs (JINSA). In tutte queste istituzioni sono presenti pochissimi critici, se non nessuno, che dissentono sul sostegno degli Usa ad Israele.

Prendiamo ad esempio il Brookings Institution (un centro studi vicino ai Democratici. N.d.T.). Per molti anni, il suo maggiore esperto di Medio Oriente è stato William Quandt, ex funzionario dell'NSC (Consiglio della Sicurezza Nazionale) con una meritata reputazione di grande equilibrio. Oggi le inchieste del Brookings vengono condotte attraverso il Centro Saban per gli Studi sul Medio Oriente, un centro finanziato da Haim Saban, uomo d'affari israelo-statunitense e fervente sionista. Il direttore del centro è l'ubiquo e onnipresente Martin Indyk. Quello che una volta era un'istituzione fuori dal coro, oggi è l'ennesimo sostenitore della politica israeliana.

Dove però la Lobby trova una certa difficoltà a soffocare il dibattito, è nei campus universitari. Negli anni '90, mentre il processo di Oslo prendeva l'avvio, esisteva solo un blando dissenso nei confronti di Israele, dissenso che è poi cresciuto esponenzialmente in seguito al fallimento di Oslo e all'arrivo al potere di Sharon, diventando addirittura veemente quando l'esercito israeliano nella primavera del 2002 ha rioccupato la Cisgiordania, e ha soffocato in un bagno di sangue la seconda Intifada.

Lo slogan della Lobby divenne immediatamente "riprendiamoci i campus". Spuntarono nuovi gruppi, come Caravan for Democracy, che portò relatori israeliani nei college statunitensi. Iniziarono ad entrarvi anche associazioni già esistenti come il Jewish Council for Public Affairs o Hillel, e venne costituito un nuovo gruppo, l'Israel on Campus Coalition, per coordinare le varie associazioni che cercavano di imporre la questione israeliana. Infine, l'AIPAC triplicò i fondi destinati al monitoraggio delle attività universitarie, e alla formazione di giovani sostenitori, in modo da "espandere considerevolmente il numero di studenti nei campus…mettendo in atto un'operazione filo-israeliana a livello nazionale".

La Lobby controlla perfino quello che i professori scrivono o insegnano. Nel settembre 2002, Martin Kramer e Daniel Pipes, due appassionati neo-conservatori filo-israeliani, crearono un sito (Campus Watch) che pubblicava dossier su accademici sospetti, e incoraggiava gli studenti a riferire osservazioni o comportamenti che potevano considerarsi ostili ad Israele. Questo evidente tentativo di schedatura e di intimidazione degli studenti, provocò una violenta reazione, e Pipes e Kramer dovettero rimuovere i dossier, ma ancora oggi il sito invita gli studenti a riferire su eventuali attività anti-israeliane.

I gruppi che fanno parte della Lobby, esercitano una pressione particolare su alcuni accademici e università. La Columbia è stata spesso un bersaglio, certamente a causa della presenza nella sua facoltà di Edward Said. Jonathan Cole, il rettore, ha dichiarato: "Si può essere certi che qualunque dichiarazione pubblica in favore dei palestinesi fatta dall'eminente critico letterario Edward Said, susciterà una valanga di mail, lettere e articoli giornalistici che ci esorteranno a denunciarlo, a sanzionarlo e perfino a licenziarlo". Quando la Columbia assunse lo storico Rashid Khalidi da Chicago, successe la stessa cosa. Qualche anno dopo, Princeton considerò l'ipotesi di strappare Khalidi alla Columbia, e si trovò ad affrontare il medesimo problema.

Un classico esempio del lavoro di questa sorta di polizia accademica: verso la fine del 2004, il Progetto David produsse un film che affermava che membri del programma Studi sul Medio Oriente della Columbia erano antisemiti e minacciavano studenti ebrei che prendevano le parti di Israele. La Columbia ricevette una strigliata, ma una commissione di facoltà incaricata di condurre un'indagine, non scoprì alcuna prova di questo presunto antisemitismo, e l'unico episodio degno di nota fu quando un professore "rispose con veemenza" alla domanda di uno studente. La commissione peraltro scoprì anche che lo stesso professore era stato oggetto di una plateale campagna intimidatoria.

L'aspetto forse più disturbante di questa faccenda, è la spinta esercitata dai gruppi ebraici sul Congresso affinche' si costituisca un organismo di controllo sui professori universitari. Se riusciranno a far passare questa proposta, tutte le università ritenute colpevoli di una condotta anti-israeliana potrebbero perdere i fondi federali. Ciò non è ancora avvenuto, ma è un'indicazione di quanto sia importante il problema del controllo. Un gruppo di filantropi ebrei ha recentemente dato il via ad un programma di Studi su Israele (come se non bastassero i circa 130 programmi analoghi già esistenti) così da aumentare il numero di studenti filo-israeliani nei campus. Nel maggio 2003, la New York University ha annunciato l'istituzione del Taub Center for Israel Studies; la stessa cosa hanno fatto Berkeley, Brandeis ed Emory. I dirigenti universitari enfatizzano il valore pedagogico di questi studi, ma la verità è che essi servono solo a promuovere l'immagine di Israele. Fred Laffer, capo della Taub Foundation, chiarisce che la sua fondazione ha finanziato il centro della NYU per contrastare il "punto di vista arabo [sic]", a suo dire predominante nei programmi di studio sul Medio Oriente della NYU.

Nessuna discussione sulla Lobby sarebbe completa senza prendere in esame una delle sue armi più potenti: l'accusa di antisemitismo. Chiunque osi criticare le azioni di Israele o sostenere che i gruppi ebraici influenzano significativamente la politica mediorientale degli Stati Uniti – un'influenza peraltro sbandierata dall'AIPAC – ha ottime probabilità di essere tacciato di antisemitismo. Anzi, basta semplicemente dichiarare che una Lobby Ebraica esiste, per venire travolti dalla medesima accusa, nonostante gli stessi media Israeliani parlino apertamente di una Lobby Ebraica negli Stati Uniti. In parole povere, la Lobby, prima si vanta del suo potere, e poi attacca chiunque richiami l'attenzione su di essa. Naturalmente è una tattica molto efficace, perchè a nessuno piace sentirsi accusare di essere antisemita..

Gli europei sono sempre stati molto più propensi a criticare la politica di Israele, tanto che si parla di una recrudescenza di antisemitismo in Europa. All'inizio del 2004, l'ambasciatore Usa all'Unione Europea ha detto: "Stiamo tornando al punto in cui eravamo negli anni 30". Misurare l'antisemitismo non è una cosa semplice, ma molti indizi puntano decisamente nella direzione opposta. Nella primavera del 2004, quando le voci di un antisemitismo europeo giunsero negli Stati Uniti, ricerche separate condotte sull'opinione pubblica europea da organismi statunitensi come la Lega Anti-Diffamazione e il Pew Research Center for the People and the Press (uno dei più prestigiosi istituti demoscopici Usa. N.d.T.), hanno rilevato che l'antisemitismo è in declino. Per fare un paragone, negli anni '30, non solo l'antisemitismo era un sentimento diffuso fra gli europei di tutte le classi sociali, ma anche considerato tutto sommato accettabile.

La Lobby e i suoi amici dipingono spesso la Francia come il più antisemita fra i paesi europei, anche se nel 2003, il capo della comunità ebraica francese dichiarò che "la Francia non è più antisemita degli Stati Uniti". Secondo un recente articolo apparso sull'Ha'aretz, la polizia francese ha riferito che nel 2005 i crimini di matrice antisemita sono calati di quasi il 50 per cento, e questo nonostante in Francia viva la più grande comunità musulmana d'Europa. Inoltre, quando il mese scorso a Parigi, un ebreo francese è stato ucciso da una banda di islamici, decine di migliaia di persone si sono riversate nelle strade per manifestare contro l'antisemitismo. Sia Jacques Chirac che Dominique de Villepin hanno assistito ai funerali della vittima per testimoniare la loro solidarietà.

Nessuno vuole negare il fatto che esista l'antisemitismo fra i musulmani europei, in parte provocato dalla violenza di Israele nei confronti dei palestinesi, e in parte puramente razzista, ma è una cosa talmente diversa, da rendere assurdi i paragoni fra l'Europa di oggi e quella degli anni trenta. E' d'altra parte innegabile che ci sia ancora un certo numero di violenti antisemiti autoctoni in Europa (così come ci sono negli Stati Uniti), ma sono pochi, e le loro idee vengono stigmatizzate dalla larga maggioranza degli europei.

I difensori di Israele, se spinti a fornire qualcosa di più di semplici asserzioni, sostengono che c'è un "nuovo antisemitismo", che va di pari passo con l'ostilità politica nei confronti di Israele. In altre parole, criticare la politica di Israele fa di una persona un antisemita per definizione. Quando il sinodo della Chiesa d'Inghilterra ha di recente votato un documento in cui si decideva di disinvestire dalla Caterpillar Inc. (alla fine del 2004, la Chiesa d'Inghilterra possedeva azioni della Caterpillar per un valore di 2,2 milioni di sterline. N.d.T.), responsabile di produrre i bulldozer usati da Israele per demolire le abitazioni dei palestinesi, il Rabbino Capo ha avvertito che ciò "avrebbe avuto ripercussioni molto negative sulle relazioni fra ebrei e cristiani in Gran Bretagna"., e il Rabbino Tony Bayfield, capo del movimento riformista, ha dichiarato: "Esiste un evidente problema: un sentimento anti-Sionista – che rasenta l'antisemitismo – sta emergendo e prendendo piede, perfino nel cuore della Chiesa". In realtà, l'unica colpa della Chiesa è quella di protestare contro la politica di Israele.

Chi critica viene anche accusato di voler tenere Israele su un basso livello qualitativo di vita, e di mettere in discussione perfino il suo stesso diritto di esistere, ma anche queste sono accuse campate in aria. Gli oppositori occidentali di Israele non hanno la minima intenzione di negargli questo diritto, si limitano a criticare il suo comportamento verso i palestinesi, cosa che fanno anche gli stessi israeliani. Queste critiche non possono nemmeno considerarsi inique. Il trattamento nei confronti dei palestinesi suscita critiche perche' è contrario al concetto universale di "diritti umani", alle leggi internazionali e al principio di auto-determinazione dei popoli, e da questi punti di vista non è certo l'unico paese al mondo ad essere osteggiato.

John Mearsheimer insegna Scienze Politiche a Chicago, ed l'autore di The Tragedy of Great Power Politics.

Stephen Walt insegna Affari Internazionali alla Kennedy School of Government di Harvard. Il suo ultimo libro Taming American Power: The Global Response to US Primacy.


John Mearsheimer & Stephen Walt
Fonte: http://www.lrb.co.uk
Link: http://www.lrb.co.uk/v28/n06/mear01_.html
Marzo 2006

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di GIUSEPPE SCHIAVONI

VEDI ANCHE:

LA LOBBY ISRAELIANA E LA POLITICA ESTERA DEGLI STATI UNITI (Parte II)

 
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